La fragilità e il tempo dell’orologio

(di Eide Spedicato Iengo)

Dando forma alla realtà secondo significati definiti convenzionalmente, le parole disvelano le tonalità e gli umori del pensiero sociale, notificandone gli orientamenti, le tensioni, le derive. Nel tempo, alcune inevitabilmente si corrompono svuotandosi del significato originario e altre, invece, si restaurano aggiornandosi sulla realtà di dinamismi e accelerazioni trasformative; alcune si semplificano e altre diventano più articolate e complesse; alcune, pur se costantemente pronunciate, denunciano spazi di assenza e altre, disorientanti, soffrono di afasia e non trovano più approdi garantiti nella realtà. La parola fragilità è fra queste. Abita, non casualmente, nel regno delle parole-sospese.

      Tale asserzione non implica, ovviamente, che questo vocabolo sia stato cancellato dal vocabolario o espunto dal linguaggio corrente. Ciò che intendo dire è che si è perso il concetto di fragilità come elemento ineludibile della natura umana. Raramente pronunciata, palesemente nascosta quando se ne ha consapevolezza, fastidiosamente percepita come un limite di sé, è una parola che nell’attualità vive prevalentemente nell’ombra, aprendosi incidentalmente solo allo spazio della malattia e dei disagi fisici o psicologico-caratteriali. D’altronde, quale udienza potrebbe trovare negli attuali scenari sociali spregiudicati, irriflessivi, spocchiosi, omologati, superficiali, un vocabolo che allude all’instabilità, alla gracilità, alla cagionevolezza, ai cedimenti, alla mancanza di resistenza a determinati fattori, ovvero a espressioni rovesciate rispetto ai paradigmi valoriali in auge e ai modelli di socializzazione correnti? Verosimilmente pochissima o addirittura nessuna.

Eppure la fragilità, che sembra stretta esclusivamente in una gabbia di inadeguatezze, insufficienze, carenze, inconsistenze non si riassume in questi soli significati. È ben altro e molto più. È, per esempio, percettività sensibile, intuizione, empatia, delicatezza, comprensione, emozione, senso del limite. La presenza dell’uomo sulla terra è assicurata, non per caso, precisamente dalla labilità, ossia dalla sua capacità di assorbire complessi meccanismi di interazione o interferenza fra sé e l’ambiente. La fragilità, quindi, è una delle strutture portanti del vivere o, meglio, è una condizione dalla quale non può prescindere qualunque cosa viva.

La vita è caducità, vulnerabilità, precarietà e noi siamo esistenze finite nel tempo. In un istante scenari di certezze possono crollare. E, infatti, è bastato il salto di specie di un impercettibile virus per destabilizzare la nostra natura di animali sociali; compromettere interi assetti economici, produttivi, civili, affettivi, relazionali; certificare l’abbaglio dell’uomo padrone della Storia, documentando la sua inadeguatezza a prevedere l’imprevedibile. Eppure, nel tempo, questa inconfutabile espressione della realtà umana è stata progressivamente coperta d’ombra. Ovvero, e detto altrimenti, l’uomo si è ubriacato di un utopico, incontenibile senso di onnipotenza e, perdendo il senso dell’equilibrio, è scivolato nel culto arrogante di sé affidando la rotta della civiltà alla religione delle possibilità illimitate.

Con questa scelta, superfluo il sottolinearlo, ha automaticamente cancellato dal proprio orizzonte il peso del tempo biologico, ovvero quel grande protagonista della storia naturale cui è legata la sua stessa storia e sopravvivenza, identificandosi con il tempo dell’orologio (quello della produzione e dei consumi). In breve: ha scelto «un ramo secco nell’albero dell’evoluzione, ha scelto la strada percorsa dai dinosauri. Il tempo danaro, il tempo dell’orologio non sono [infatti] i tempi che contano per instaurare un corretto rapporto con la natura. Paradossalmente l’orologio, simbolo dell’ordine, scandisce le ore del disordine, la frenesia del consumismo e della crescita della produzione e avvicina i tempi del disordine globale». Ossia quelli attuali.

Di qui il divorzio fra le ragioni dell’umanità e i misteri della natura; l’esuberante vitalità di quel pensiero vorace quanto socialmente approvato che riduce l’ambiente a puro materiale da vandalizzare quasi fosse uno spazio inerte incapace di risposta; la diffusione della fertile serra delle prassi revocabili e discontinue, dell’individualismo libertario, del dionisiaco scomposto e generalizzato che giocano un ruolo non secondario nell’attuale dissesto della convivenza sociale, civile, politica, ambientale; la pericolosa adesione a quella moralità centripeta esclusivamente privata, che espunge da sé ogni alterità; l’elezione a valore egemone e snaturato dell’azione la cultura dell’oltre e del sempre di più. L’antica convinzione che assegnava all’etica il compito di scegliere i fini e alla tecnica il reperimento dei mezzi per la loro realizzazione è, infatti, tramontata da un pezzo: dal giorno in cui il fare tecnico ha assunto come fini quelli che risultano dalle sue operazioni. Ovvero, da quando la tecnica si è trasformata in una sorta di “entità” autonoma, creatrice di un mondo con sue proprie caratteristiche che abitua a contrarre prassi, consuetudini, desideri, ideazioni che hanno bisogno di lei per esprimersi. Lo dimostra l’opulenza tecnologica che domina le grammatiche e i linguaggi dell’industria, della cultura, della politica, della società, degli individui; lo confermano l’informatica e internet che hanno non solo prodotto nuove armature logiche e comportamentali, nuovi profili sociali, nuove individualità, nuovi orientamenti valoriali, ma anche cambiato l’organizzazione della società e le condizioni d’esistenza più di qualsiasi idea politica o progetto collettivo.

Un esempio per tutti: il diritto al lavoro, oggi, sciaguratamente non è più tale. Si pensi agli effetti dell’elettronica, dell’automazione, dell’intelligenza artificiale che tratteggiano un futuro in cui non è più l’uomo a produrre beni, neppure in modo indiretto (assemblando pezzi o conducendo macchinari) dal momento che il lavoro viene svolto direttamente ed in modo esclusivo «da robot o meglio da cyber-physical system, in grado di auto-apprendere e migliorare le proprie prestazioni. I primi effetti di tale rivoluzione sono un incremento della disoccupazione o quantomeno una stazionarietà nella crescita dell’occupazione in quasi tutti i Paesi, e più ancora un’accentuata polarizzazione nel mondo del lavoro, con l’espulsione delle figure con compiti routinari sia di basso che, per la prima volta, di medio livello». Qualunque siano gli scenari futuri (anche quelli più ottimistici che orientano a ritenere come insostituibile la presenza degli umani nello spazio del lavoro) resta comunque il fatto che la rivoluzione digitale non solo cancellerà molta parte del lavoro oggi esistente, ma abituerà a ritenere politicamente corretta la subordinazione delle esigenze dell’uomo a quelle dell’apparato tecnico. Lo scenario, del resto, è già allestito: a dimostrarlo sono la primazia della tecnocrazia sulla scienza, della finanza sull’economia, dell’aumento di capitale sull’investimento lavorativo e produttivo, della strumentazione virtuale sulla comunicazione reale, della mera gestione dello Stato sulla vera progettualità politica, della vita digitale su quella umana.

A fare i conti con i problemi profondi di una società che cammina sul filo di un rasoio e finge di non accorgersi che è prossima al suo tramonto se non corregge le sue disfunzioni e non impara a praticare l’equilibrio e l’equità, può contribuire precisamente la fragilità. Questa espressione perenne e ineluttabile della realtà umana (che poggia sul senso del limite come condizione strutturale dell’esistenza) può aiutare a liberare dall’inessenziale e a non ridurre il mondo  a un paniere di prodotti da consumare all’istante; può svincolare l’esistenza da quel progetto sociale illiberale  che ha per obiettivo l’appiattimento e il livellamento delle individualità in un unico denominatore di bisogni, consumi, stili di vita; può sbarrare la porta al surfismo sociale e ai suoi ingombranti, pericolosi fratelli (l’individualismo narcisistico, il cosmopolitismo utilitarista, l’area dei diritti senza doveri, il torpore morale, il relativismo assoluto, il disimpegno civico, l’analfabetismo etico, il deserto affettivo) che stanno compromettendo sia la stabilità della convivenza sociale, sia il futuro dello splendido pianeta azzurro che sciattamente e indebitamente abitiamo.

A questo proposito andrebbe interiorizzato il concetto che una società versatile a rincorrere il sempre “nuovo” e “diverso” strattona la struttura biologica e psichica degli individui che, sebbene sia elastica, non lo è tuttavia all’infinito. Ogni norma di adattamento, che lo si voglia o no, esige un prezzo e l’attuale riformulazione di sé per rispondere a scenari sempre più discontinui, instabili, accelerati può logorare il corpo, compromettere il rendimento, ridurre il perimetro delle emozioni, del tempo riflessivo, dello spazio esplorativo. Insomma, l’eccesso, la rapidità di informazioni e il sovraccarico di innovazioni possono intrappolare nel caos di esperienze ingestibili e interrompere il legame fra gli uomini e le cose. Il controllo dell’ambiente e la percezione della realtà poggiano, infatti, sulle menti agili e plastiche che sanno valutare e selezionare con lucidità, non su quelle fluttuanti, anestetizzate, instabili, a rimorchio di ogni novità, né su quelle disinvolte, irruenti, autocentrate, autoreferenziali che contano solo sulle proprie capacità, trascurando che gli esseri umani hanno limiti biologici prefissati nel corpo, nella mente, nella vita emotiva.

      Dunque, la fragilità svolge un indispensabile, inequivocabile vantaggio per il patrimonio della specie orientando nella direzione corretta e sostenibile del vivere: è tutt’altro che una manchevolezza. È, all’opposto, una strategia di vita che bisogna imparare a praticare: in primo luogo, perché sconfessa la filosofia del potere, «un’anomalia, un incomprensibile errore di prospettiva» e, in secondo luogo, perché  obbliga a dare alle cose il giusto valore se non si vuole poi pagare tutto e con gli interessi. Fra l’altro: contrarre debiti con la natura, come documenta la parte globalizzata e bulimica del pianeta, significa invariabilmente compromettere l’equilibrio dell’intera biosfera (il nostro mega-sacco amniotico, per dirla con Ilaria Capua), rendendoci nemici di noi stessi.

In questo drammatico e devastante tempo di pandemia, la fragilità ci dimostra, senza equivoci, che siamo creature deboli e vulnerabili, esposte a minacce che si pensavano lontanissime, circoscritte ai confini del mondo. Ovvero, allertando sulla eventualità (peraltro non remota) di promuovere futuri distopici, ci esorta esplicitamente ad adottare nuovi, sostenibili stili di vita capaci di dar torto a quel modus agendi che ha congedato il principio di responsabilità, tacitato l’etica, letto il mondo dalla superficie. Ci sollecita, insomma, a dare inizio a una stagione di critica sociale tesa a dissipare quelle nebbie che hanno accompagnato l’uomo fin dal suo ingresso nel grande gioco della modernità, allorché si è scelto «Cartesio invece di Montaigne, la via del controllo razionale e tecnologico del mondo invece di quella della saggezza, di quel sapere che non si è mai proposto di esorcizzare il limite, ma ha continuamente dialogato con esso. Non sarebbe male se la modernità incominciasse a far vincere quel suo lato che non contrappone drammaticamente la luce e il buio, ma apprezza le mille sfumature che li collegano, che conosce l’ambivalenza del mondo».  Per inciso: la saggezza, non casualmente, è sorella dell’umiltà, un valore epistemologico che, avendo in dispetto la dismisura, poggia sull’equilibrio, dà unità d’indirizzo alla vita, ha cura del pensiero meditante oggi messo prepotentemente all’angolo da quello calcolante che, non ponendosi interrogativi metafisici né interrogandosi sull’enigma del mondo, insegue freneticamente un’occasione dopo l’altra e ritiene imperdonabile e non difendibile ogni occorrenza mancata.

Va da sé: aver coscienza della fragilità non cambia all’improvviso lo scenario sociale, ma – come già detto- orienta ad altre scelte, altre consapevolezze, altre priorità. Per esempio, a restituire cittadinanza a parole traballanti e socialmente appartate (quali etica, coerenza, credibilità, rispetto, passione, civismo, fiducia, legalità) che, lungi dall’alludere a utopie costituiscono, all’opposto, la premessa indispensabile vuoi per promuovere la tutela dei beni comuni, vuoi per correggere questo nostro presente tanto scomposto, rissoso, frammentato, dissennato, anomico quanto lontano dall’idea che il vero progresso è generato solo dall’umanità che conosce i propri limiti.


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