Concorsi truccati : arrestati sette docenti

Tutti i giornali e le televisioni ne parlano, ma a noi che siamo del mestiere la prima parte della notizia non fa né caldo né freddo; semmai ci stupisce la seconda, poiché agli arresti, seppur domiciliari, a mia memoria non si era mai arrivati.

Sappiamo infatti benissimo che le cose vanno così dalla notte dei tempi  e che anzi peggiorano con il passare degli anni.  Forse non tutti  sono a conoscenza di una chicca scovata negli archivi da Angelo Varni, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Bologna. Il 10 novembre 1898 (mille-ottocento-novantotto!!) comparve sul Corriere della Sera il seguente trafiletto: “Già tutti i modi sono stati tentati. Primieramente fu affidato al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione l’incarico di nominare i professori. Ma c’era un male: il Consiglio di  ogni facoltà, sia di lettere, sia di medicina, sia di giurisprudenza, è rappresentato da cinque membri che, si sa bene, essendo i soli competenti nella materia, erano quelli che soli potevano sentenziare con coscienza di causa; e senza appello eleggevano. Di qui l’influenza, esercitata a colpo sicuro per tutto l’anno che precedeva il concorso, dai candidati sugli esaminatori antecedentemente designati dalla logica stessa del regolamento: e in un anno di tempo nessuno può immaginarsi a che cosa un candidato di buona volontà possa riuscire nell’animo d’un commissario non del tutto draconiano. Si arrivò, basti dire, a vagheggiare il matrimonio come titolo di concorso, dopo che qualche concorrente non aveva trovato miglior mezzo per riuscire,  di domandare entro l’anno la mano di sposa alla figliola di un commissario. Il matrimonio si concordava per dopo il concorso; il fidanzato, manco a dirlo, riusciva primo, e allora glorioso e trionfante festeggiava in un giorno medesimo la cattedra e la moglie. La moralità dei concorsi banditi a scopo d’allevamento domestico e di propagazione scolastica gustava molto a qualche membro del Consiglio Superiore; e non è a dire che ci volle del bello e del buono per troncare lo scandalo. Pure, alla fine, lo scandalo fu levato di mezzo. E si stabilì un’altra norma….”. All’epoca, ministro della Pubblica Istruzione era Guido Baccelli, il premier era Luigi Pelloux e regnava Umberto I.

Le cose poi sono andate avanti sulla stessa lunghezza d’onda e sugli intrallazzi concorsuali si potrebbero scrivere poderosi tomi. Dovendo scegliere, mi soffermerei brevemente su due casi emblematici, quello della Facoltà di Economia dell’Università di Bari, e quello di un concorso nazionale di Otorinolaringoiatria. Come ricorda il Perotti, nel primo caso, ben il 25% dei docenti di quella facoltà apparteneva alla stessa famiglia, ed ovviamente è assai probabile che anche il restante 75% fosse in qualche modo collegato, se non da legami di sangue, da legami di altro tipo. A  tal proposito il ministro Mussi, che non mancava di spirito, chiosò lapidario: “Certi consigli di facoltà sembrano Natale in casa Cupiello”. Nel caso di Otorinolaringoiatria, cattedre a gogò vennero assegnate per via ereditaria. Come il suddetto Perotti informa, ci furono ben dieci sentenze confermate dalla suprema corte, ed abbondante materia per centinaia di articoli di giornali, almeno quattro libri ed una diecina di interrogazioni parlamentari: per giungere ad un nulla di fatto, ad un indulto generalizzato, in cui tutti rimasero al loro posto, compresi  due  professori romani (senior ed junior, padre e figlio), il primo dei quali fu condannato, ma  paradossalmente il secondo  rimase titolare a pieno titolo della cattedra paterna.  Il direttore generale del Ministero Antonello Masia (autorevole gestore delle sorti accademiche di molti professori) decise di non provvedere all’annullamento degli atti del concorso, poiché “il ripristino della legalità va pesato contro l’interesse pubblico”, e quindi l’annullamento avrebbe dato inizio ad una reazione a catena incontrollabile, causando la destituzione di pressoché tutti i professori italiani di ORL. Allucinante.

Va anche detto che improvvide riforme della università italiana, tra cui primeggia quella dell’ineffabile ministra dell’istruzione Letizia Brichetto Arnoboldi in Moratti, hanno contribuito non poco ad alimentare l’illecito. Con questa riforma il numero delle cattedre aumentò in maniera esponenziale e le università ebbero ampia autonomia, con conseguente transizione dalla università di elite alla università di massa.  Ne sortì un florilegio di concorsi di ogni livello, ed a tal proposito, per quanto riguarda Medicina Interna, non posso fare a meno di citare  il professor Ettore Bartoli, da alcuni definito “il grande burattinaio”.  Come in molti sanno, a mettere ordine in questa disciplina pletorica di docenti (tre – o quattrocento, forse anche di più), e ad assicurare così  il perfetto funzionamento del nuovo meccanismo concorsuale, ci pensò il Bartoli, che dedicò gli ultimi dieci anni della sua carriera accademica a governare, con grandi capacità mediatrici, tutti i  concorsi banditi in Italia in quello specifico settore scientifico-disciplinare. In ogni facoltà, prima di chiamare un qualsiasi concorso di medicina  interna, era necessario contattare il Bartoli,  il quale disponendo abilmente le pedine sulla scacchiera,  assicurava il buon esito per il candidato locale, ed a tacita compensazione degli altri commissari   le idoneità che da quel concorso potevano scaturire. Così definite sulla carta le varie commissioni, giungevano  da Novara i nominativi dei professori che dovevano essere votati; un referente raccoglieva e distribuiva le cosiddette griglie, ed in tal modo i vari docenti, portandosi il santino in cabina (ma spesso anche in pubblico davanti a tutti) indicavano chi doveva esser commissario a Bergamo e chi a Catanzaro, votando spesso e volentieri per gente che non avevano mai sentito nominare. Alla fine della giostra tutto veniva regolarmente formalizzato, ed i componenti delle commissioni erano abilissimi nel redigere ineccepibili verbali e nel cancellare ogni traccia di illecito, come le volpi che cancellano le loro orme con la coda.

Fossero soltanto questi i guai dei concorsi universitari ce ne sarebbe già abbastanza, ma si sa bene che al peggio non vi è mai fine. Ed infatti si possono citare tanti altri casi paradossali e per alcuni versi antitetici; quelli ad esempio di chirurghi con 350 di Impact Factor, da cui nessuno si farebbe togliere un’unghia incarnita, o quelli di specialisti con 2200 di H-index, da cui nessuno si farebbe curare un raffreddore; per cui non mi meraviglierei dell’esistenza di professori di grammatica che litigano con i congiuntivi o non hanno ben chiaro il significato di “questo, codesto e quello”, oppure di professori di matematica dubbiosi sul risultato di 5 per 8.

Ultimamente, le regole sono ancora cambiate. Vi è infatti una “idoneità nazionale”. Cambiate le regole ma invariato il risultato finale. E così si dà il caso di assegnisti di ricerca con 40 e passa di H index, con l’ottanta per cento di primi nomi nelle loro pubblicazioni su  giornali scientifici di tutti i paesi, e quindi sottoposti al severo giudizio dei reviewers più disparati, conosciuti in campo internazionale, che non vengono dichiarati idonei,  ed al contrario si apprende  di idoneità ad ordinario concessa a personaggi  conosciuti solo dai residenti del loro condominio, che non arrivano neppure a 4 di H-index,  con nessun primo nome, inseriti d’imperio in un plotoncino di 24 autori di articoli pseudo-scientifici, pubblicati nel 90% dei casi sul giornale compiacente dell’editore amico: insomma con una produzione scientifica per cui i suddetti non potrebbero  neanche partecipare ad un concorso per assegnista di ricerca.

“Custos, quid de nocte? Sentinella, a che punto è la notte?”

“La notte è profonda e l’alba ancora lontana. Tornate a domandare”.

Questo famoso passo della Bibbia, nel libro di Isaia, rende bene la situazione in cui ci troviamo. Ed allora la soluzione sarebbe quella di abolire il valore legale della laurea, abolire i concorsi e di procedere per chiamata diretta. Così un ordinario faccia vincere il fratello, un altro faccia vincere la nuora, un altro ancora l’amante, il preside il suo portaborse, il direttore amministrativo il suo cavallo, il rettore chi gli sta più simpatico, col risultato che nel giro di una generazione tutto vada in vacca, l’università fallisca e chiuda, e così sia.

 

 

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La ricerca sui telomeri (un calembour)

 

Non passa giorno che non  compaia sui giornali la notizia della scoperta epocale di un qualche elisir di lunga vita: potenti anti-ossidanti, terapie ormonali, cellule staminali e simili.  Sulla dieta e l’esercizio fisico il martellamento è continuo. Da qualche tempo gli scienziati stanno scomodando anche il microbiota, quei miliarducci di batteri ospiti del nostro intestino, di cui l’umanità, pur avendoci a che fare quotidianamente (o quasi), ha ignorato per millenni l’importanza.  Del resto, che  dire? Anche i giornalisti tengono famiglia e qualcosa la devono pur scrivere.

 

Comunque, ultimamente sono di moda i telomeri.  Per i pochissimi che non conoscono l’argomento, va precisato che il telomero è la regione terminale di un cromosoma composta di DNA altamente ripetuto che protegge il cromosoma stesso dal deterioramento o dalla fusione con cromosomi confinanti.  Esso ha un ruolo determinante nell’evitare la perdita di informazioni durante la duplicazione dei cromosomi.  L’invecchiamento comporta un progressivo accorciamento dei telomeri ad ogni ciclo replicativo, ed a ciò segue una progressiva riduzione delle funzioni delle cellule, degli organi e dei sistemi. A lato dell’invecchiamento, altre condizioni, tra cui lo stress ossidativo, un cattivo funzionamento del sistema immunitario, il diabete, l’obesità viscerale, ecc. influiscono negativamente sulla lunghezza dei telomeri. Per fortuna un particolare enzima, detto telomerasi, in certe condizioni permette al telomero di autoripararsi.  Questo in pillole e soldoni, ma  chi volesse saperne di più può contattare qualche illustre genetista o più semplicemente informarsi sul Web, dove è disponibile cospicuo materiale sull’argomento.  L’ultima trovata in questo settore è quella della dottoressa Elizabeth Parrish, che sulla base di positivi esperimenti sui topi,   ha praticato su se stessa una non meglio precisata “Telomerase Therapy”. I risultati sono stati clamorosi (https://bioviva-science.com/): “Telomers in her white blood cells had lengthened by more than 600 base pairs which implies they had extended by the equivalent of 20 years. A full-body MRI imaging revealed an increase in muscle mass and reduction in intramuscular fat. Other tests indicate that Parrish now has improved insulin sensitivity and reduced inflammation levels.”

 

Il ritmo incessante con cui si susseguono gli studi e la loro puntuale divulgazione sui media evidenziano senza alcun dubbio l’importanza che la lunghezza del telomero riveste per l’uomo moderno. Alcune considerazioni dettate dal buonsenso   sembrano  tuttavia opportune :

 

  • Premesso che è decisamente preferibile avere il telomero lungo piuttosto che corto, è opportuno aggiungere che lo stesso deve possedere adeguate caratteristiche funzionali (solidità, durata e tempi di recupero), che alla fine sono quelle che  contano.
  • A lato dei vari fattori che possono incidere sulla lunghezza e funzione dei telomeri (in precedenza elencati) altri meritano menzione:  tra questi, in particolare, i fattori razziali, visto che la vulgata popolare attribuisce la palma del primato agli uomini di razza nera, relegando quelli di razza gialla a fanalino di coda.
  • Ovviamente, nell’ambito di una stessa razza, è presente ampia variabilità individuale, legata al patrimonio genetico. Da questo punto di vista la Natura è stata democratica, visto che ci sono dei morti di fame che hanno dei telomeroni da far paura e dei riccastri con dei telomerini piccini piccini da arrossire per la vergogna.
  • Non escludo che questi ultimi, che per i loro telomeri darebbero un occhio della testa, come l’esempio del Berlusca chiaramente dimostra, siano i primi a sostenere con generosità le ricerche di ingegneria genetica di cui sopra si riferisce.
  • Comunque, a lato delle terapie più innovative, esistono vecchi rimedi. Infatti, con buona pace della “Telomerase Therapy”, come la fisiologia insegna, “la funzione fa l’organo” e quindi è lecito presumere che un telomero sottoposto ad un regolare allenamento (né troppo né troppo poco, per non scivolare nell’under e nell’over-training) possa mantenersi valido più a lungo. Sembra questa la strada maestra da percorrere, seppure, arrivati ad un certo punto, appare saggio lasciare in pace il buon telomero senza sfruculiarlo ulteriormente quando accusa evidenti segnali di defaillance.
  • Ora io non vorrei passare per un bieco oscurantista che nega il progresso e si accanisce contro “le magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria, ma per il momento ci penserei più d’una volta ad affidarmi alle cure miracolose di Bio-Viva, accontentandomi del mio stato, in attesa di nuove scoperte, di cui eventualmente si avvantaggeranno le generazioni future.

Maestri di scienza e di vita: una razza pressochè estinta

Avendo conseguito la laurea in Medicina nel lontano 1962, ed avendo successivamente percorso tutti i gradini della carriera accademica, ho avuto modo di assistere alla evoluzione della figura del Clinico Universitario nell’arco di oltre mezzo secolo, dall’epoca in cui esistevano i Baroni ed i Maestri, all’epoca attuale, in cui non esistono più né gli uni né gli altri. Credo di poter illustrare con obiettività i cambiamenti che sono avvenuti, senza con questo esprimere alcun giudizio di merito. I più vecchi giudichino se le mie parole corrispondono alla verità; i più giovani apprendano qual’era lo stato della medicina accademica in tempi lontani.

Negli anni ’60 del secolo trascorso di baroni in giro ce n’erano molti. Si può dire che lo fossero un pò tutti quelli che dirigevano un Istituto nel contesto di un Policlinico Universitario. Lo consentivano l’assetto organizzativo della sanità pubblica e le leggi vigenti. Si cominci col dire che le conoscenze mediche erano alquanto limitate e di conseguenza esistevano pochi reparti, con prevalenza di quelli di tipo generalistico. Prendendo ad esempio la Medicina Interna, in quasi tutti gli Atenei esistevano soltanto due cattedre e due istituti, quelli  di Clinica e di Patologia Medica, grandi contenitori  cui  afferivano le patologie dei più vari organi e sistemi. Esistevano quindi soltanto due clinici e non la miriade degli specialisti e superspecialisti dei tempi d’oggi.

Le amministrazioni ospedaliere non mettevano becco nella gestione degli Istituti universitari, peraltro pressoché autonomi sotto il profilo gestionale (ad es. con proprio laboratorio e propria radiologia). Le rette che  gli Enti mutualistici versavano per ogni loro assistito finivano in buona parte nelle tasche del Direttore.  Vigeva la regola del 4:2:1. In parole povere, la somma veniva suddivisa in sette quote, quattro delle quali destinate al Direttore. Se (poniamo) gli aiuti erano due, ad essi spettava una quota cadauno; se gli assistenti erano sei, ad ognuno spettava un sesto di una parte. Fate voi i conti e troverete che con l’esempio riportato al direttore andava il 57%, ad un aiuto il 14% e ad un assistente lo 2.33% dell’intera contribuzione. Ai cospicui introiti derivanti dalle degenze andavano a sommarsi quelli delle prestazioni ambulatoriali, che  potevano raggiungere cifre ragguardevoli. A titolo di esempio, il Centro Antidiabetico della Clinica Medica di Bologna, dove sono stato Assistente Volontario per ben 8 anni,  produceva un incasso annuale di 90 milioni delle vecchie lire, che negli anni ’60 era l’equivalente del costo di quattro o cinque appartamenti. Altra fonte di ricchezza per i baroni era l’attività libero- professionale, cospicua per gli internisti di grido, ma ancor più per i chirurghi, che dal taglio di una pancia potevano ricavare quel che un internista guadagnava in 10 ore di ambulatorio.

Al potere economico si sommava quello accademico: i baroni gestivano le scuole di specializzazione, molto richieste in una fase storica in cui di specialisti ce n’erano ben pochi. Essi inoltre avevano la possibilità di attribuire il prestigioso titolo di Libero Docente a coloro che rimanevano per un certo numero di anni negli Istituti universitari  prestando gratuitamente la loro opera. In tal modo i baroni potevano disporre di  una formidabile  forza lavoro, numerosa, competente e motivata. Altro punto di forza del potere baronale era la possibilità di gestire a loro piacimento  i primariati ospedalieri della disciplina, che si rendevano liberi, o venivano istituiti ex-novo nelle  città appartenenti alla loro area di influenza. Le amministrazioni locali non avevano voce in capitolo e non di rado erano gli stessi presidenti degli ospedali a recarsi dal barone di turno a che dotasse il loro nosocomio di un bravo primario.  Insomma, la figura del barone era caratterizzata da un considerevole potere economico, politico e gestionale, cui si associava una buona dose di alterigia e spesso di arroganza, con l’ulteriore aggravante di una decisa propensione al nepotismo. Bisogna comunque riconoscere ai baroni dell’epoca alcuni aspetti positivi, quali il valore professionale, il rispetto abituale della parola data (a suggello di un reciproco patto con gli allievi), ed il riconoscimento del merito dei più bravi, per lo stesso motivo di cui sopra, ma non escludo anche per vanagloria, e cioè per poter vantarsi di essere a capo di una eccellente scuola medica.

Altro discorso quando si parla di Maestri. Di questi  ne giravano molti di meno. Per dir meglio, molti venivano omaggiati con questo termine, ma soltanto pochi lo erano per davvero. Per essere un vero Maestro ci volevano ben altre doti. Lo erano, ad esempio, i clinici capaci di elaborare idee innovative nella loro specifica disciplina, o di prevederne gli orizzonti ed i futuri sviluppi, o dotati di una superiore cultura, assai spesso debordante dal campo scientifico e sconfinante nella letteratura e nell’arte, ed infine quelli dotati di considerevole carisma ed acume clinico o di forbita e suadente oratoria.  Per quanto io possa riferire per diretta conoscenza fu un grande Maestro, oltre che un grande barone, Luigi  Condorelli,  Clinico Medico di Roma.  La sua sfera di influenza accademica copriva anche i tre atenei siciliani di Palermo, Messina e Catania, quello di Bari, ed in parte  quello  partenopeo. Questo immenso potere accademico gli consentì di sistemare una falange di primari ospedalieri, e di mettere in cattedra uno stuolo di allievi, tuttavia quasi tutti di modesta caratura (alcuni  men che modesti), alla stregua di un moderno Caligola, che si vantava di aver nominato senatore il suo cavallo: il che torna certamente a suo demerito, e testimonia la sua tracotanza, seppur con la giustificazione che quelli aveva sottomano e non poteva certamente cavar sangue dalle rape. Ma Luigi Condorelli fu anche Maestro. Lo fu per le sue frequentazioni internazionali in un’epoca in cui era raro che qualcuno mettesse il naso fuori casa,  per aver applicato con convinzione il metodo sperimentale, eseguendo personalmente studi sugli animali fino ad età avanzata,  e  per aver  portato significativi progressi in vari campi della cardiologia, come ad esempio le sindromi mediastiniche, lo scompenso cardiaco e l’angina pectoris. Un grande Maestro fu anche Domenico Campanacci, Patologo Medico di Bologna, fine semeiologo, che intuì per primo la evoluzione tecnologica della medicina e quindi il nascere delle discipline specialistiche, alle quali avviò tutti i suoi allievi, dimostrando al contempo altruismo e modestia, accettando cioè  che i suoi allievi in specifici settori ne sapessero molto di più di lui.   Fu un Maestro anche Antonio Lunedei, Patologo Medico di Firenze, acutissimo osservatore, dotato di fervida fantasia, da cui scaturirono idee brillanti ed avveniristiche sulle sindromi diencefaliche e sulla importanza della flogosi in molteplici patologie internistiche. Accanto a questi giganti della medicina, che a vario titolo incrociai durante il periodo della mia formazione, devo dire che in certo qual modo  Maestro fu anche il mio capo, il professor Sergio Lenzi,  per le sue sopraffine capacità  semeiologiche e diagnostiche, per la sacralità d’esecuzione dell’atto clinico, e per la  brillante oratoria. Fu anche un precursore, avendo intuito l’importanza dell’iperaldosteronismo e dell’attivazione del sistema adrenergico nella patogenesi dello scompenso cardiaco, senza tuttavia presumere, come oltre venti anni dopo avvenne, che il blocco di questi sistemi endocrini avrebbe avuto un rilevante impatto terapeutico. Se dunque i baroni si distinguevano per l’uso tracotante e spocchioso del potere accademico e professionale, cifre distintive dei Maestri erano l’originalità del pensiero, il carisma, la cultura, cui si associava non di rado uno stile di vita profondamente etico,  anche se talvolta con qualche nota di eccentricità.

Le figure dei baroni e dei maestri cominciarono a scolorire ai miei occhi a partire dagli anni ’70. E’ pur vero che entrando nella maturità si diventa più critici e meno facilmente suggestionabili, spesso più supponenti e meno disposti a riconoscere la superiorità degli altri; ma è altrettanto vero che  molte cose mutarono così rapidamente da portare alla scomparsa sia dei baroni che dei maestri.  Un primo radicale cambiamento avvenne a causa del prepotente ingresso della politica nella gestione della sanità pubblica. Negli anni ’70 il progresso tecnologico, l’espandersi delle conoscenze, il proliferare delle discipline specialistiche e sub specialistiche, con la conseguente crescita esponenziale delle strutture ospedaliere (e sanitarie in generale) resero evidente agli occhi dei politici che in quel settore cominciavano a girare tanti soldi, e si concentrava molto potere. La possibilità di controllare le assunzioni del personale, e quella di gestire appalti milionari, rendevano gli ospedali una importante fonte di consenso, oltre che di arricchimento personale: una mucca da mungere e quindi da sottrarre rapidamente all’influenza degli organi accademici. I professori universitari furono gradualmente estromessi dalle commissioni di concorso per l’assunzione dei nuovi primari ed in genere del personale ospedaliero; i primari ospedalieri di ruolo, che per qualche tempo ebbero un minimo di voce in capitolo, furono poi anch’essi estromessi, ed ormai da tempo sono stati relegati ad un patetico ruolo ancillare: quello di redigere  semplicemente il “profilo” dei candidati, sulla cui lista il manager (anch’esso soggetto ad un controllo politico superiore) effettua poi la scelta definitiva.

Il progresso della tecnologia ha relegato in secondo piano le conoscenze teoriche. L’arte della semeiotica e del ragionamento diagnostico è diventata merce fuori mercato e quindi  definitivamente obsoleta, soppiantata da attrezzature sofisticate, che consentono di giungere a diagnosi sempre più precise e di effettuare interventi terapeutici  impensabili nel passato. Il medico famoso dei tempi moderni non è più il grande clinico, eccellente  nella observatio et ratio, bensì il fortunato possessore di uno strumento d’avanguardia, oppure il depositario di una particolare manualità in uno specifico sub-settore della medicina. Gli esempi potrebbero essere infiniti, per cui non vale la pena citarne alcuno. Ad un primario non viene più richiesta cultura, bensì capacità manageriale, ed i migliori appaiono quelli che, per appartenenza politica od affiliazione ad associazioni che contano, riescono a procacciarsi le macchine migliori, il reparto più elegante ed il personale medico, tecnico ed ausiliario più qualificato.

D’altra parte, il progresso delle conoscenze e la graduale trasformazione della medicina da arte a scienza ha portato ad una codificazione dei comportamenti da osservare a fronte di specifiche situazioni cliniche. Ne sono scaturite le cosiddette Linee Guida, che i medici sono tenuti ad osservare, non solo perché esse indicano la strategia migliore da adottare, ma anche per il concreto timore di ritorsioni medico-legali in caso di mancata applicazione.  All’autorità del clinico di un tempo (il famoso “ipse dixit”) si è sostituita l’autorità delle Linee Guida stilate dalle  Associazioni  Scientifiche, spesso non esenti da distorsioni o forzature dettate da BigPharma o dalle leggi del mercato.

La moltiplicazione dei posti di apicalità ha comportato una frammentazione del potere in tanti minuscoli segmenti: per esemplificare,  ad una Clinica Medica di un tempo, con duecento letti, tutte le specialità incorporate ed un solo direttore, si contrappongono oggi diecine di unità operative, in cui prevalgono quelle di tipo specialistico o sub specialistico, quasi sempre designate  pomposamente con l’epiteto di Centri di alta specializzazione o di eccellenza. La figura del barone è quindi definitivamente scomparsa ed  al massimo si può parlare di  manager ben inseriti nei gangli della politica, e quindi anch’essi con condizionato potere.

Spostandoci sul versante accademico, le riforme universitarie che si sono succedute nel tempo hanno abbassato notevolmente la caratura della classe docente. Tramontata da tempo l’università di elite, e subentrata l’università di massa, anche il corpo docente si è  livellato verso il basso. Come scrisse un arguto giornalista, “visto che nel calcio e nella lirica non ci sono abbastanza Totti e Pavarotti per tutti gli stadi e tutti i teatri, diventa fatale che in alcuni si esibiscano dei brocchi, reclutati da un compiacente impresario di turno”. E nel caso specifico l’impresario di turno può essere riportato ai nuovi sistemi di selezione e reclutamento della classe docente, tanto garantisti  da consentire agli atenei l’assegnazione di una qualsivoglia cattedra ad un qualsivoglia personaggio, anche se di modestissimo valore.  William Arthur Ward, un noto editorialista americano, ebbe a scrivere: “The mediocre teacher tells. The good teacher explains. The superior teacher demonstrates. The great teacher inspires.”  Si potrebbe aggiungere che the modern teacher “legge” (le diapositive naturalmente e per di più sempre quelle).  Se poi andiamo a considerare i “maestri di vita” … beh … da quello che si apprende dai giornali forse è meglio non approfondire.

Questo lo stato dell’arte, a prescindere da giudizi di merito che sarebbero assolutamente fuori luogo, perché le condizioni storiche sono radicalmente mutate. In entrambe le situazioni, quelle di un tempo e quelle d’oggi, erano e sono presenti molte inqualificabili storture. Tuttavia (e questa è una mia personale opinione), mentre in passato depositari del potere erano personaggi arroganti quanto si vuole, ma comunque di un certo livello culturale, oggi lo sono politici ed amministratori  ingordi, corrotti e soprattutto ignoranti.

Ho detto in precedenza che oggi non esistono più né i baroni né i maestri. Un giudizio  drastico, poiché qualche Maestro in giro forse c’è ancora.  Ed a tal proposito vorrei concludere questo scritto con un personale omaggio a quel grande che fu il Professor Francesco Mario Antonini, un vero pioniere nel campo della Gerontologia e Geriatria. Negli anni ’50 si trattava di una disciplina al suo esordio culturale, ed Antonini capì tutto fin dall’inizio. Capì che essa doveva riguardare l’intensività delle cure, ma ancor di più la cronicità e la perdita dell’autosufficienza, e che l’assistenza si doveva articolare in una rete di servizi differenziati, diretti a soddisfare le molteplici esigenze dell’anziano malato. Non ostacolato da illuminati amministratori (forse anche distratti o poco sgamati)  riuscì ad  istituire nel policlinico di Careggi una Unità Coronarica tra le prime in Italia,  affidò ad un valido allievo (Alberto Baroni)  un innovativo servizio di riabilitazione e riattivazione geriatrica (I Fraticini), istruì un altro allievo (Antonio Bavazzano) alla creazione nell’area pratese di un efficace sistema integrato di assistenza, basato su cure domiciliari, intermedie ed ospedaliere. Tutto questo in tempi in cui di Geriatria si cominciava appena a parlare. Accanto a ciò Antonini comprese che progressi conoscitivi con ricadute pratiche si potevano conseguire attraverso i grandi studi epidemiologici di tipo longitudinale, ed avviò a questa disciplina il migliore dei suoi allievi,  Luigi Ferrucci, che sarebbe diventato leader mondiale nel settore, fino ad assumere la direzione del Baltimore Longitudinal Aging Study e poi del National Institute of Aging. Ma l’intuizione maggiore la ebbe vaticinando che ogni tentativo di una efficace assistenza geriatrica sul territorio nazionale si sarebbe fatalmente infranto contro le incapacità della politica e l’ingordigia degli affaristi, che avrebbero visto il problema della vecchiaia come una ennesima occasione di guadagno. Inventò così la Geragogia, cioè  l’educazione al buon invecchiamento, insegnando che ognuno (se vuole) può costruirsi una buona vecchiaia.  A questi meriti di tipo scientifico e sociale, Francesco Mario Antonini associava una accattivante oratoria  ed una profonda cultura umanistica, di cui diede testimonianza con la sua opera “L’età dei capolavori”, documentando quanto innovative potessero essere le capacità espressive dei grandi artisti nella fase declinante della loro vita. Gulliver nel paese dei lillipuziani, si tenne sempre lontano dalle beghe  del mondo accademico, snobbandone i poco edificanti inciuci. Per  tutto questo io credo che Francesco Mario Antonini sia uno dei pochi moderni, tra quelli da me conosciuti,  per cui la definizione di Maestro appare  appropriata.

Scritti

 

  • Trapani raccontata per immagini     http://www.trapaninostra.it/libri/Giuseppe_Abate/Trapani_raccontata_per_per_immagini/Trapani_raccontata_per_per_immagini.htm

 

  • Una storia trapanese di pirati e di priori

 

https://www.dropbox.com/s/ewxeycahqkvay98/STORIA%20TRAPANESE%20FINALE.pdf?dl=0

 

  • Una diagnosi difficile

 

https://www.dropbox.com/s/w4xpg2gvfsnbp2f/Una%20diagnosi%20difficile.pdf?dl=0

 

  • Università Addio (Gli anni di Bologna)

 

https://www.dropbox.com/s/93q2rtf7mnag9ps/Universit%C3%A0%20Addio.pdf?dl=0

 

 

 

 

 

Ancora sulla longevità (ed oltre)

Ho scritto altre volte su questo tema (vedi Archivio) e quindi, se torno a ripetermi, devo dire a me stesso “che la lingua batte dove il dente duole”. Ma così succede a chi è avanti negli anni.

Su Nature Communications del Gennaio 2017 è stato pubblicato un articolo importante “Caloric restriction improves health and survival of rhesus monkeys” a firma J.A Mattison et al. (http://www.nature.com/articles/ncomms14063). Importante perché fa chiarezza su una controversia che si prolunga da tempo. Negli anni  ‘80 furono avviati due studi paralleli per verificare gli effetti della restrizione calorica nelle scimmie, conclusi poi con risultati non concordanti: infatti mentre lo studio della Università del Wisconsin riportava un effetto positivo sulla durata della vita, quello del National Institute on Aging non confermava questo risultato. Superando reciproci sospetti, frequenti in campo scientifico, i ricercatori si sono messi  assieme attorno ad un tavolo (in Italia sarebbe stato possibile?)  ed  hanno posto a confronto i dati ottenuti,  riguardanti, oltre alla sopravvivenza, il peso corporeo, la quantità e qualità di cibo assunto dagli animali, i livelli glicemici e la morbilità età correlata.  Alcune differenze nel disegno degli studi hanno consentito di chiarire la discrepanza dei risultati. In particolare:

  • nello studio NIA le scimmie sono state sottoposte a restrizione calorica in età troppo giovane, il che suggerisce che iniziare una dieta drastica nella prima fase della vita è meno utile che non intraprenderla in età più avanzata. La restrizione calorica e la riduzione del metabolismo hanno infatti effetti collaterali (uno dei quali è la riduzione della fertilità) che si fanno sentire molto di più in giovane età;
  • nello studio UW il gruppo dei macachi di controllo (non sottoposto a restrizione calorica) era sottoposto ad una dieta abbastanza ricca, con abbondanza di zuccheri e farine non processate; per tal motivo l’effetto “sopravvivenza” era emerso con maggiore evidenza (tre anni di più come media).

Significativa, comunque, in entrambi gli studi è stata la flessione della incidenza del diabete, dei tumori e delle malattie cardiovascolari. Lo studio  ha inoltre evidenziato che l’effetto allunga-vita non è dovuto soltanto al numero delle calorie assunte giornalmente, ma dipende anche dall’età di inizio della dieta, dalla sua composizione, dall’orario e dal numero dei pasti. Ed a tal proposito sembra che l’ideale sia consumare un unico pasto abbondante e farne un altro assai più leggero (uno o due frutti) dopo 10 ore di digiuno.

Consiglio di leggere l’articolo originale, scritto con un linguaggio piano ed accessibile, e naturalmente contenente una messe di dati non riportati nella mia scarna comunicazione. A questo punto consentitemi qualche riflessione.

  • Che mangiare poco fosse salutare lo avevano capito empiricamente anche gli antichi. Ippocrate aveva osservato che “i magri vivono più a lungo dei grassi”; Seneca ammoniva Lucilio che i segreti della buona vecchiaia sono “la parca dieta, il movimento moderato e la serenità dell’anima”; la scuola medica salernitana prescriveva di fare la pennichella e di passeggiare dopo  cena (“post prandium stabis, post cenam deambulabis”); Alvise Cornaro, nobile veneziano, convertitosi ad una parca dieta dopo una gioventù scapestrata e gozzovigliante, campò cento anni, e fece scrivere sulla sua tomba “Vissi tutta la vita da malato per morire a cento anni da sano”.   Certo, grossolane intuizioni, non supportate da ricerche di biologia molecolare, ma in sostanza questi saggi avevano visto giusto.
  • Che bisogna mangiare poca carne, preferibilmente bianca, o non mangiarne affatto;  preferire il pesce; eliminare i grassi animali e limitare gli zuccheri semplici;  consumare legumi, vegetali e frutta fresca e secca; ed il tutto in quantità moderata, ormai lo sanno anche i sassi, per quanto ossessivamente queste norme dietetiche vengono riproposte dai giornali e dai media. Il fatto è che tutti le conoscono, ma solo in pochi le mettono in pratica, a partire dai nutrizionisti e dagli studiosi di arteriosclerosi e malattie del metabolismo. Sono anni che non partecipo  a congressi di questo genere, ma nella mia memoria rimangono indelebili i furibondi assalti al buffet di illustri studiosi, che cinque minuti prima avevano svolto dotte relazioni sui pericoli della dieta e del colesterolo. Vederli venir fuori dalla mischia, trionfanti, con patti ricolmi di un mix di lasagne alla bolognese, risotto ai funghi, vitel tonnè, polpettine al ragù, melanzane alla parmigiana ed insalata russa,  in una pantagruelica comunione di sapori, era ai miei occhi uno dei più palesi affronti alla coerenza.
  • Il fatto è che dei buoni consigli la gente “se ne strabatte” e suona stucchevole ormai l’ammonimento “mangiare la metà e camminare il doppio”, che ridurrebbe drasticamente a BigPharma gli introiti da statine ed altri prodotti correlati. Non a caso, proprio negli USA, da dove provengono le mirabolanti scoperte da cui ha preso spunto questa riflessione, si registrano i tassi di prevalenza di obesità tra i più elevati nel mondo ed il consumo più sfrenato di “cibo spazzatura”.

 

Ma passiamo ad un altro tema che è stato richiamato alla mia attenzione da alcuni articoli recenti riguardanti il “cinquantenario della crioconservazione”. Non lo sapevo, ma  la possibilità di crioconservare il corpo dopo la morte compie 50 anni.  Era il 12 gennaio 1967 quando James Bedford, 73 anni, professore di psicologia all’Università della California, fu ibernato ed è tutt’ora conservato a – 196 C°, la temperatura dell’azoto liquido.  Non è il solo. Dopo di lui, ben 377 persone sono state “crioconservate” ed  altre duemila circa hanno dato disposizione a procedere quando il momento sarà giunto.  Tre società  sono attive nel  settore: l’Alcor, in Arizona, che vanta il maggior numero di iscritti; il Cryonics Institute, sempre negli Stati Uniti, vicino  Detroit; ed infine la KryoRus, fondata in Russia nel 2006. In tutto il mondo ci sono agenzie che offrono il servizio di trasporto verso questi tre centri, ed infatti tra gli ibernati ci sono almeno otto italiani. Qualche particolare un po’ macabro: la conservazione avviene in una capsula altamente tecnologica, detta   “vaso di Dewar”, a testa in giù  ed ovviamente nudi come vermi. Il procedimento è costoso: il servizio più caro è quello offerto dalla Alcor, 200000 dollari per il corpo intero, 80000 per il solo cervello; decisamente  più a buon mercato quello della Kryorus, 36mila dollari per il corpo intero e 18mila per il cervello.

Quale è la speranza degli utenti? che in futuro nuove conoscenze medico-scientifiche permetteranno ai criocongelati di tornare  in vita e di curare le malattie per le quali sono «morti». Unico neo: al momento attuale non esiste ancora la tecnologia che permette di farlo.

A parte questo si possono ipotizzare altri convenienti. Ora ammettiamo che il nostro immarcescibile Cavaliere, che del resto la buonanima del professor Scapagnini aveva dichiarato sotto il profilo biologico “potenzialmente immortale”,  accarezzi l’idea. Lui certamente se lo può permettere. A cose fatte, di pagare la salata bolletta energetica per il “mantenimento”  se ne dovranno occupare gli eredi, ed a questo punto  non è detto che Piersilvio e Marina, oltre ai tre di secondo letto, siano disposti a farlo, specie se Bollorè avrà acquisito la maggioranza delle azioni di Mediolanum. Nell’ipotesi in cui tutto vada avanti per decenni, alle spese dovranno provvedere i nipotini, ed allora la faccenda diventerà ancor più problematica. Qualcuno dei rampolli, ormai sessantenni ed oltre, si chiederà: ma chi ce lo fa fare a mantenere la mummia di ghiaccio? E se poi  dopo lo scongelamento questo rivuole indietro tutta l’eredità? Ma ammettiamo pure che tutto proceda per il meglio e che nel 2080, con due o tre punturine di staminali e di altri cocktail miracolosi,  il nostro venga decongelato ed apra gli occhi. Chiederà subito di Francesca, la sua fidanzata, per via di quella ciulatina che le aveva promesso prima di entrare nel criocongelatore. Ma ahimè, Francesca è già passata a miglior vita, seppur ultracentenaria. Prima delusione. Altre delusioni seguiranno nell’immediato, poiché né Dell’Utri, né Fedele Confalonieri, né tantomeno Gianni Letta potranno accogliere il redivivo Cavaliere. Anche tutti i suoi fedelissimi di Forza Italia saranno stramorti da tempo, anche l’Umberto, quel mattacchione con cui si era divertito tanto, senza parlare delle Olgettine, ad eccezione della Nicole Minetti, purtroppo ormai centoventenne, e quindi intrombabile, come e più della Merkel. Si troverà in mezzo a degli sconosciuti, nella migliore delle ipotesi attempati signori, di cui ha un vago ricordo per averli visti bambini, che parleranno una lingua a tratti incomprensibile,  infarcita da tante parole cinesi ed arabe, visto che il mondo sarà nel frattempo cambiato e l’America e l’Europa  saranno abitate quasi esclusivamente da africani e da cinesi. Ed a questo punto, per disperazione, il Berlusca chiederà ai suoi discendenti un ultimo sacrificio economico, quello di essere infilato dentro un altoforno, giusto per ricompensarlo di tutto quel freddo che aveva dovuto patire per decenni.

 

SULLE PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE di Giuseppe Abate e Giorgio Fanò Illic

Come liberarsi del problema della frode scientifica senza liberarsi contemporaneamente dagli scienziati

 

 

“Gli uomini intelligenti non si lasciano limitare da norme, regole, metodi, neppure da metodi razionali, ma sono opportunisti, ossia utilizzano quei mezzi mentali e materiali che, all’interno di una determinata situazione, si rivelano i più idonei al raggiungimento del proprio fine”

(Paul K. Feyerabend, La Scienza in una Società Libera, Feltrinelli editore, 1981; p.11)

Se, parlando in generale, si ammette che una società democratica non possa essere lasciata in balia delle istituzioni in essa contenute, ma debba al contrario esercitare sulle stesse un’opera di vigilanza e di controllo, nel caso specifico delle scienze biomediche, per esempio, gli editori delle riviste, gli erogatori politici di fondi pubblici eccetera dovrebbero vigilare sulla qualità delle ricerche e intervenire quando risulti che esse sono inutili o addirittura dannose. Questo è il punto di partenza per discutere su quanto ci sia di vero o di falso nell’ambito scientifico che ci compete.

Sebbene la reale prevalenza della frode scientifica sia impossibile da stabilire con esattezza, è molto probabile che essa sia particolarmente rilevante nel settore biomedico, che costituisce l’oggetto specifico di questo scritto. Piuttosto che soffermarsi su specifici esempi, alcuni dei quali eclatanti, del resto facilmente reperibili sulla rete (per esempio http://retractionwatch.com/), riteniamo che sia molto più importante tentare di analizzare la natura del fenomeno e le cause che ne sono alla base.

 

Come si organizza la frode scientifica

La frode scientifica può essere commessa su un arco molto vasto di possibilità, che vanno dalla completa invenzione a più sottili forme di manipolazione dei risultati. Questo è certamente il caso più comune e può consistere nell’aggiustamento di qualche numero riottoso, nella selettiva esclusione di alcuni dati, nell’espansione delle casistiche, nella scelta arbitraria (o ritocco) di immagini a supporto di un’ipotesi predefinita, nella ricopiatura di pezzi prelevati da altri articoli, nell’indebita appropriazione di ipotesi formulate da altri e in molte altre forme di frode, tutte assai difficili da evidenziare (tabella 1).

 

Tabella 1 Classificazione della cattiva condotta
Cattiva condotta che distorce la conoscenza scientifica

• Fabbricazione – comunicazione di dati inesistenti

• Falsificazione – selezione ad hoc dei dati riportati

Cattiva condotta che induce in errore la comunità scientifica

• Plagio dell’authorship, autori “ospiti”, autori “fantasma”

• Pubblicazione dello stesso dato più volte

• Abusi nel processo di peer-review

 

Il progetto scientifico

In quest’ottica, i casi che vengono individuati rappresentano soltanto la punta dell’iceberg e, quindi, solo una minima parte nell’ambito delle innumerevoli pubblicazioni che compaiono in letteratura.

 

Immaginiamo allora che gli scienziati siano tutti compresi nella categoria degli “uomini intelligenti” e che, per forza di cose, siano “esperti opportunisti” (cacciatori di opportunità), temprati da anni e anni di continua e talvolta spasmodica ricerca di fondi per portare avanti le proprie indagini e magari pagare i voucher per qualche giovane in perenne formazione. Qual è oggi, per dirla con le parole di Feyerabend, la determinata situazione che si presenta al ricercatore per poter competere e sperare di raggiungere i suoi obiettivi di carriera e ricerca fondi? Secondo la consolidata e dominante logica del publish or perish, deve pubblicare a più non posso su riviste dotate di peer reviewer. Naturalmente più sono i lavori e più aumentano le possibilità di successo. Più è “dotata” la rivista (impact factor) e più aumentano le possibilità che gli indicatori di qualità si spostino verso un risultato positivo.

Per ottenere tutto ciò bisogna organizzare il lavoro in maniera… scientifica, tenendo presente che saranno ben pochi che leggeranno quello che effettivamente è stato scritto e che solo raramente, e dietro magari qualche sollecitazione interessata, i reviewer chiederanno la verifica sperimentale dei dati.

E allora l’uomo intelligente, prima ancora di essere solleticato come forse dovrebbe dal fuoco della curiosità scientifica, controlla che tutto sia organizzato in maniera tale da ottenere il miglior risultato in termini di riconoscimento del proprio lavoro.

Normalmente il progetto è diviso in tre fasi:

  • ideazione ed esecuzione del quadro sperimentale;
  • elaborazione e presentazione dei dati ottenuti;
  • preparazione e pubblicazione di un articolo.

 

Ognuna delle tre fasi può essere arricchita e organizzata in maniera da rendere più produttivo il percorso. Per esempio, l’ambito di riferimento scientifico è meglio che sia circoscritto a un settore specialistico quanto più limitato possibile (nicchia) all’interno del quale l’Autore possa spiccare come riferimento e attuare una procedura sperimentale quanto più “moderna” possibile (ricordiamo tutti il successo, nell’ultimo periodo, delle varie metabolomiche, proteomiche eccetera).

Per forza di cose i dati sperimentali ottenuti, molte volte assai complessi, richiedono necessariamente il conforto di un vero e proprio “addetto alla rappresentazione” capace di fornire agli stessi quell’appeal che può segnare il destino di un articolo, magari facendo innamorare il referee di turno. Si stanno formando, grazie anche all’aiuto di software sempre più raffinati, veri e propri esperti del settore che imporranno, se non l’hanno già fatto, un particolare riconoscimento nell’elenco degli Autori.

Attenzione massima va posta alle conclusioni alle quali si giunge: dire qualcosa di nuovo è condizione necessaria, ma non sufficiente. È conveniente che quello che si riporta sia nel solco di ben consolidate teorie e non in contraddizione con eventuali precedenti lavori degli Autori leader nel campo (e magari dell’Editorial board del giornale).

La scelta della rivista alla quale sottoporre l’articolo è tutt’uno con le modalità utilizzate per scriverlo. L’accurata ricerca bibliografica necessaria per cercare conforto nelle affermazioni che sono presenti nel testo richiede un dispendio di tempo e una serie di competenze che solo i più capaci possiedono. Da tale ricerca e dalle conseguenti valutazioni deriva la scelta del giornale nel quale l’articolo può essere più favorevolmente accolto.

 

Manifesto di Leiden per la metrica nella ricerca

Il risultato principale della 19a Conferenza Internazionale sugli indicatori scientifici e tecnologici (STI), tenutasi a Leiden in Olanda nel settembre 2014, ha portato alla stesura del “Manifesto di Leiden per la metrica nella ricerca”, ossia di una lista di dieci principi che hanno lo scopo di porre rimedio alle distorsioni create ovunque nel mondo della valutazione della produzione scientifica attraverso l’uso non corretto della metrica. Il decalogo è riportato di seguito, rimandando all’articolo di Hicks et al. pubblicato in Nature per un’analisi più dettagliata del loro significato.

 

  1. La valutazione quantitativa deve supportare il giudizio qualitativo.
  2. Misurare le prestazioni in relazione alla missione di ricerca dell’istituzione, del gruppo o del ricercatore.
  3. Salvaguardare l’eccellenza nella specifica ricerca locale.
  4. Mantenere aperto, trasparente e semplice il processo di acquisizione dei dati e quello di analisi.
  5. Consentire ai valutati di verificare i dati e l’analisi.
  6. Tenere conto delle differenze tra aree disciplinari nelle pratiche di pubblicazione e citazione.
  7. Basare la valutazione dei singoli ricercatori su un giudizio qualitativo del loro portafoglio scientifico.
  8. Evitare finta concretezza e falsa precisione.
  9. Riconoscere gli effetti sistemici della valutazione e degli indicatori.
  10. Verificare regolarmente la qualità degli indicatori e aggiornarli.

 

Il Manifesto non nega la validità e la correttezza dell’uso di indicatori bibliometrici per l’analisi comparativa dei valori scientifici e tecnologici, anche se mette l’indice sul fatto che esso non possa né debba trasformarsi da strumento in fine.

 

Authorship

Tecnicamente, quindi, non è ipotizzabile che un ricercatore, benché intelligente secondo la definizione di Feyerabend, abbia tutte le competenze necessarie per arrivare a produrre nell’arco di un anno almeno otto-dieci lavori, che sono il numero minimo per poter competere con gli altri concorrenti ed essere compreso nel 5-10% dei partecipanti capaci di ottenere un finanziamento. Per questo, ma non solo, oggi non è raro trovare un numero di Autori superiore e di molto a quello che la qualità e quantità del lavoro pubblicato giustificherebbero. Si tratta del fenomeno capillarmente presente, per cui gruppi organizzati tra loro firmano il lavoro di tutti a … rotazione, con il risultato di moltiplicare il numero dei lavori da attribuire a ciascuno. Come appendice a questa non nobile abitudine, si è assistito anche alla moltiplicazione delle “posizioni di riguardo” all’interno dello squadrone dei firmatari del lavoro. Così si è pensato di moltiplicare le posizioni storicamente consolidate in termini di importanza (first e senior author), sdoppiando queste figure in maniera da raddoppiare (e più) il primo nome aggiungendo la postilla: these authors contributed equally to … ai primi due/tre nomi e, come se non bastasse, scindendo la figura del senior author da quella di corresponding. In campo clinico il fenomeno è dilagante: da 10 a 20 nomi per un lavoro di ricerca anche di modeste dimensioni.

Una conseguenza ovvia di questo atteggiamento è la presenza tra gli Autori di alcuni che hanno scarsa attitudine alla ricerca (nella fase di progettazione e/o di esecuzione, o in quella dell’interpretazione ed esposizione dei risultati), ma che a vario titolo (anche in posizione marginale e dequalificata) sono presenti nel team.

Per fortuna l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha deciso di porre in essere una spietata guerra contro questa pratica da furbetti, dando lo stesso valore a tutti i nomi che firmano il lavoro (sic!). Così i nostri amici del comparto di fisica delle particelle che hanno l’abitudine di firmare in centinaia – se non oltre – ogni loro contributo assurgono a campioni mondiali del rapporto pubblicazioni/ricercatore. Non sarà una truffa, ma certo che l’odore della furbata si sente da lontano.

Lo strabiliante numero di pubblicazioni scientifiche, di cui molti Autori menano vanto, è una dimostrazione indiretta dell’esistenza del fenomeno. Sono molti i “ricercatori” che hanno all’attivo da oltre 300 fino ad alcune migliaia di lavori, fino al caso limite di un noto clinico, che dichiara compiaciuto di essere Autore di oltre 4500 pubblicazioni, il che in 40-50 anni di carriera assommano a ben 7,5-6,25 pubblicazioni al mese. Senza pause, anche d’agosto. Ci si chiede come possa essere concepibile che un Autore (o un team) possa portare a termine (e pubblicare) una mole tanto impressionante di ricerche. Un’ulteriore dimostrazione indiretta è rappresentata dal fatto che molte pubblicazioni di singoli Autori riguardano direttamente lo studio di vari farmaci, ovvero tematiche che indirettamente portano sempre a concludere sull’opportunità/necessità di terapie farmacologiche. Poiché è ben noto che l’industria del farmaco mira essenzialmente al profitto e che, pertanto, gradisce soltanto gli studi che riportano risultati a essa favorevoli, sorge il dubbio che varie pubblicazioni di questo genere siano viziate dalla frode scientifica.

 

Articoli take away

Ma non c’è mai limite al peggio: la corsa alla pubblicazione si può fare anche senza sporcarsi le mani ideando, sperimentando e scrivendo un lavoro. Si può fare tutto e meglio con una spesa sicuramente inferiore a quanto si sarebbe dovuto spendere se gli esperimenti fossero stati condotti realmente. La rivista Scientific American ha contattato in incognito, la società cinese MedChina che offre decine di “temi scientifici in vendita” e accordi di “trasferimento dell’articolo” a riviste scientifiche. Fingendo di voler acquistare una paternità scientifica, il giornalista ha parlato con un rappresentante di MedChina che ha spiegato che gli articoli erano già praticamente accettati da riviste con peer review; mancavano solo un po’ di editing e di revisione. Il prezzo dipende in parte dall’impact factor della rivista di destinazione e dal fatto che l’articolo sia sperimentale o di meta-analisi. Nel caso in questione, il rappresentante di MedChina ha offerto la paternità di una meta-analisi che collega una proteina al carcinoma papillifero della tiroide, la cui pubblicazione era prevista su una rivista con un impact factor di 3,353. Il prezzo: 93.000 yuan cinesi, circa 15.000 dollari (Le Scienze, dicembre 2014 ).

Recentemente l’ANVUR ha pubblicato i dati riguardanti la produzione scientifica italiana per il quadriennio 2011-2014 dai quali risulta che ogni ricercatore italiano (compreso quel 30% che in tre anni non ha mai scritto nulla) pubblica in media 3,68 pubblicazioni per anno, in linea con quanto prodotto dalle altre nazioni di riferimento scientifico, se si esclude la Gran Bretagna dove il livello produttivo di ogni singolo ricercatore supera incredibilmente i 20 prodotti/anno. In questo scenario, il comparto delle Scienze della vita e Tecnologie per gli ambienti di vita si pone agli apici della produzione scientifica.

Rebus sic stantibus, come direbbero gli anglofobi, è facile che gli uomini intelligenti facenti parte del sistema ricerca si prefiggano come obiettivo quello di raggiungere, costi quel che costi, la soglia minima per sperare in una sempre più utopistica progressione di carriera e/o nell’accesso a finanziamenti degni di questo nome.

Recentemente è stato pubblicato in Italia un saggio di Enrico Bucci sulle frodi nella ricerca scientifica, che ha messo a nudo e quantizzato in maniera piuttosto dettagliata, i motivi e le cause dello scientific cheating, arrivando a calcolare un valore per gli articoli contenenti dati inventati falsi o conseguenti di un plagio, pari a un quarto del totale. L’Autore conosce bene il meccanismo, essendo un ex biologo molecolare del CNR, poi fondatore di Biodigitalvalley, un’azienda che studia in maniera sistematica le frodi scientifiche; tra l’altro la prefazione del libro è di Elena Cattaneo, ricercatrice assai autorevole in campo internazionale.

Tenendo conto che nell’area biomedica sono stati pubblicati in tutto il mondo, secondo i dati recentissimi dell’ANVUR, circa 7 milioni di articoli nel triennio 2011/2014, questo significa che, in tre anni, un numero compreso tra un milione e un milione e mezzo di paper mostra le tracce, più o meno evidenti, di una frode. Questo drammatico dato sta provocando danni così seri da mettere in dubbio la credibilità del valore stesso del metodo scientifico e del suo ruolo in ambito sociale. Altre indicazioni indirette della diffusione del fenomeno derivano dalle motivazioni che portano all’esuberanza delle pubblicazioni. È ben noto che nei concorsi a cattedra uno dei criteri formalmente più valorizzato è quello della produzione scientifica del candidato. Nel caso delle discipline cliniche le capacità professionali e didattiche hanno un valore marginale e, a tal proposito, si ritiene che solo le pubblicazioni possono essere oggettivamente misurate a mezzo di indici bibliometrici, a differenza delle altre variabili. Per tal motivo, i lavori scientifici devono comparire necessariamente nel palmares di chi aspiri alla carriera accademica. A lato di quelli di carriera, esistono motivi di natura venale. L’industria è molto generosa nei confronti di chi promuove scientificamente i propri prodotti e l’accesso ai fondi pubblici è subordinato alla presentazione di credenziali scientifiche, seppure anche in questo caso, come per i concorsi, non è detto che vincano i migliori, in quanto i criteri di assegnazione sono condizionati da complicità di squadra e amicizie trasversali.

Possibile che tra gli uomini intelligenti si nasconda un tale numero di personaggi a dir poco truffaldini? E soprattutto, come mai il sistema dei controlli è così inefficace, se non addirittura complice, da permettere una tale diffusione di pratiche contrarie all’etica oltre che illegali? Per quanto riguarda la risposta alla prima domanda, è possibile che Feyerabend si sia scordato di aggiungere, tra le caratteristiche degli uomini intelligenti, la vanità. Per questo i falsi d’autore tra i lavori scientifici sono sempre esistiti, anche quando non c’era bisogno di grandi exploit editoriali per ottenere finanziamenti normalmente assicurati on demand o avanzamento nei ruoli della ricerca. Per questo sono nate situazioni tipo quella dello scienziato sud-coreano Hwang Woo-suk con la fabbricazione e pubblicazione di dati falsi in una ricerca sulla clonazione umana, e/o la falsa scoperta dell’anello mancante tra l’uomo e la scimmia, nota come l’uomo di Piltdown.

 

Uomo di Piltdown

Il ritrovamento dell’Uomo di Piltdown rappresenta una delle maggiori beffe perpetrate ai danni della comunità scientifica. La scoperta, avvenuta all’inizio del Ventesimo secolo, illuse gli scienziati di aver trovato l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia. Di fatto si è trattato solo di una colossale presa in giro, molto ben architettata da Charles Dawson.

 

I numeri del “publish or perish”

Considerando che la media dei lavori accettati dalle riviste scientifiche in area biomedica (quelle dotate di peer reviewer) è pari al 25% degli articoli sottomessi, è possibile legittimamente supporre, tenendo conto del numero dei ricercatori stabili (circa 3 milioni solo negli Stati Uniti nel 2014), che “girino” tra le riviste almeno 20 milioni di articoli ogni anno. E dove li trovano, le riviste, referee  adeguati a verificare con correttezza e proprietà una tale massa di carta contenente dati scientifici che per lo meno nel 25% dei casi sono falsi, inventati o ripetuti più volte in articoli separati?

Ma il sistema publish or perish ha un fatturato di circa 10 miliardi di dollari all’anno!

A tanto ammonta il giro finanziario delle riviste scientifiche che, pur di aumentare la fonte dei loro guadagni, hanno inventato un accessorio in grado non solo di puntellare il meccanismo del publish or perish che assicura loro un tale lauto introito, ma anche di sovvertire tutte le logiche di mercato con l’istituzione delle riviste con cosiddetto Open Access, in cui non paga chi compra per leggere l’articolo ma chi l’articolo lo scrive e propone. Alcune di queste riviste hanno raggiunto, innalzando il vessillo della libertà e diffusione del sapere scientifico, anche IF superiori a quello di The Journal of Physiology (sic).

Viene a questo punto da chiedersi per qual motivo il fenomeno dello scientific cheating nella stragrande maggioranza dei casi non venga posto in evidenza. Ciò accade soprattutto perché non si vuole e solo marginalmente perché esistono obiettive difficoltà a evidenziarlo. Le modalità di verifica non mancherebbero. Basterebbe richiedere i brogliacci delle sperimentazioni effettuate, le cartelle cliniche dei pazienti inclusi nelle casistiche, le prove d’acquisto dei materiali utilizzati (reagenti, animali di laboratorio eccetera). Ne verrebbero fuori delle belle. Naturalmente, ai “fedifraghi” dovrebbero essere comminate giuste penalizzazioni, quali il blocco della carriera accademica e l’esclusione dai finanziamenti di ricerca, se non peggio. Sarebbe un formidabile deterrente. Ma tutto ciò non accade per vari motivi. In primo luogo, sarebbe necessario istituire un’agenzia esterna che dovrebbe certificare la frode o la sua assenza, ma ciò comporterebbe la sovrapposizione di una colossale burocrazia a quella già esistente, senza la sicurezza di un’equanimità di giudizio. Va inoltre considerata una certa riluttanza da parte degli editori ad attivare severe procedure di controllo, poiché questo potrebbe essere ritenuto offensivo da parte degli Autori “integri”, allontanare i disonesti, e compromettere così l’affermazione del giornale nella comunità scientifica.

A lato del danno generale di questa diffusa malpractice, funesta per la credibilità delle istituzioni scientifiche, va segnalato un importante danno collaterale in campo clinico. La scrittura dei paper richiede un certo “mestiere”, che si acquisisce dopo anni di assidua applicazione, al fine di conoscere tutti i trucchi che consentano di superare senza danni il parere, spesso soltanto formale, dei peer-reviewer. Nelle comunità accademiche esistono personaggi che si dedicano totalmente a questa attività, il che comporta la triste e negativa conseguenza di annoverare nei nostri atenei alcuni cattedratici di materia clinica che sanno tutto sui topi e nulla sulle malattie degli umani. Tali mestieranti della ricerca hanno subito una “mutazione antropologica”, divenendo esperti di epidemiologia, meta-analisi o ricerca di base, e perdendo di conseguenza le abilità cliniche e didattiche richieste per i ruoli ricoperti; senza mettere nel conto l’asservimento all’industria del farmaco, che certamente introduce elementi distorsivi in quello che dovrebbe essere il corretto funzionamento della vita accademica.

In un’intervista a Enrico Bucci a firma di Elena Tebano al Corriere della Sera di qualche tempo fa, il titolare della Biodigitalvalley ha dichiarato testualmente: “Ho analizzato circa 3.500 lavori biomedici segnalati come sospetti di frode su Pubpeer, quelli firmati da italiani sono 565: l’Italia è il secondo Paese dopo gli Usa in termini assoluti, ma il primo in percentuale sulla produzione scientifica. E l’Università con la maggior percentuale di segnalazioni è la Federico II di Napoli” (dove Bucci si è formato).

In conclusione, usando le parole di Federico Di Trocchio nella prefazione del suo saggio dei primi anni Novanta sui falsi scientifici, non si deve dimenticare che, “Imbrogliare è da sempre (considerata) un’arte. Da qualche tempo è diventato anche una scienza. Proporrei di chiamarla imbrogliotica o meglio, imbroglionica”. Quello che rimane da stabilire è: a quale settore scientifico-disciplinare assegnare questo nuovo raggruppamento concorsuale? Quali e quanti saranno i colleghi che chiederanno di passare in questo nuovo comparto dopo aver chiesto al Consiglio Universitario Nazionale (CUN) e all’ANVUR la verifica dell’affinità?

 

Dichiarazione sulla valutazione della ricerca

Nei primi mesi del 2013, la rivista Science (B. Alberts, Science 340, 6134, 787) e altre riviste scientifiche hanno diffuso la San Francisco Declaration On Research Assessment (DORA ). Un gruppo di redattori (editor) ed editori (publisher) di riviste scientifiche il 16 dicembre 2012 si sono riuniti a San Francisco (California), durante la riunione annuale della società americana di biologia cellulare (The American Societ y for Cell Biology, ASCB) e hanno messo a punto la prima bozza del documento che è adesso pubblicato con la firma di 78 organizzazioni (riviste

– tra cui Science, Plos e PNAS – e associazioni scientifiche, tra cui unica italiana Telethon) e 151 studiosi promotori (http://www.ascb.org/dora/). L’adesione a DORA impegna a supportare l’adozione di pratiche di valutazione della ricerca scientificamente corrette. DORA contiene 18 raccomandazioni rivolte ai diversi attori del mondo della ricerca: agenzie di finanziamento, istituzioni, editori, organizzazioni che producono dati bibliometrici, singoli ricercatori. Tutte le raccomandazioni ruotano intorno a tre temi principali:

  • “la necessità di eliminare l’uso delle metriche riferite alle riviste – come l’impact factor (IF) – per il finanziamento, il reclutamento e le promozioni;
  • la necessità di valutare la ricerca per i suoi propri meriti e non sulla base della rivista su cui è pubblicata;
  • la necessità di sfruttare al meglio le opportunità fornite dalla pubblicazione on-line (riducendo per esempio i limiti non necessari imposti di numero di pagine, figure e riferimenti bibliografici negli articoli, ed esplorando nuovi indicatori di importanza e impatto)”.

 

La dichiarazione prende le mosse dalla constatazione che “i prodotti della ricerca scientifica sono molti e vari, e includono: articoli di ricerca che descrivono nuova conoscenza, dati, reagenti e software; proprietà intellettuale; giovani scienziati addestrati”. Ovviamente agenzie di finanziamento, istituzioni e gli stessi scienziati “hanno il desiderio e la necessità di valutare la qualità e l’impatto dei prodotti della ricerca. Ed è imperativo quindi che la produzione scientifica sia misurata accuratamente e adeguatamente valutata”. È utile rimarcare che la dichiarazione sottolinea che la ricerca deve essere misurata e valutata, ma rifiuta la cattiva misurazione e la cattiva valutazione (http://www.roars.it/online/dora/).

Per questo, dai firmatari della dichiarazione di San Francisco viene salutata con grande soddisfazione la notizia che due prestigiosi enti/fondazioni per la ricerca europea in campo biomedico, come European Molecular Biology Organization (EMBO) in Germania e The Gulbenkian Institute for Science (IGC) in Portogallo abbiano deciso di rinunciare a utilizzare la metrica legata all’IF per la valutazione dei candidati a posizioni di ricerca e/o assegnazioni di fondi.

 

Che fare?

Lasciando da parte il faceto, sarebbe il caso di chiedere con forza l’approvazione di un codice deontologico al pari di altri Paesi europei all’interno del quale stabilire, con le parole di Elena Cattaneo: “Maggiore autoregolamentazione e controlli più stretti a livello di singoli laboratori, dipartimenti e università, che possono prendere le prime sanzioni sui ricercatori scorretti […] Chi guida i laboratori ha sempre la responsabilità di mantenere l’integrità etica della ricerca. Se poi i falsi condizionano l’assegnazione di fondi o la carriera è giusto invece che intervenga la polizia. Infine, serve una verifica centrale sui laboratori pubblici. Alcune istituzioni, come l’Ue, la prevedono già e mandano spesso i loro ispettori a controllare cosa fanno i laboratori a cui hanno assegnato fondi […]. È urgente prendere provvedimenti. La scienza è per definizione ricerca della verità. Se qualcuno manipola i dati mina le sue fondamenta e deve essere messo fuori dalla comunità scientifica. Succede già molto spesso: facciamo in modo che succeda sempre”.

Ovviamente sperando che questo codice deontologico (come altri analoghi codici etici promulgati da molti atenei) non diventi carta straccia e paradossalmente venga sbandierato come un alibi dai disonesti.

 

 

Giuseppe Abate

P.O. f.r.

Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara

gb.abate@libero.it

 

Giorgio Fanò-Illic

Libera Università di Alcatraz

Santa Cristina di Gubbio (PG)

fanoillic@gmail.com

 

Bucci E. Cattivi scienziati, Torino: Add editore, 2015.

Di Trocchio F. Le bugie della Scienza: Milano: Mondadori Editore, 1993.

Fanelli D. How many scientists fabricate and falsify research? A systematic review and meta-analysis of survey data. PLoS ONE 2009; 4(5): e5738.

Fang FC, Steen RG, Casadevalld A. Misconduct accounts for the majority of retracted scientific publications. PNAS 2012; 109 (42): 17028-33.

Harnad S, Carr L, Swan A, Sale A, Bosc H. Maximizing and measuring research impact through university and research funder open access self-archiving mandates . Wissenschafts-management 2009; 15: (4), 36-41.

Hicks D, Wouters P, Waltman L, de Rijcke S, Rafols I. Bibliometrics: The Leiden Manifesto for research metrics. Nature 2015; 429-31.

Seife C. Firme in vendita: la frode nelle riviste scientifiche. Le Scienze, 2014.

 

 

Questo articolo, completo di tabulati e grafici, è stato pubblicato sulla Rivista Scientifica pH, alla quale si rimanda il lettore.

 

http://www.ediermes.it/index.php/ph/ph2016.html

 

 

IL NOSTRO ARCHIVIO

IL  NOSTRO ARCHIVIO

Se volete rileggere gli articoli già pubblicati su  Agingblog, oppure se volete cancellarvi dalla mailing list, mandate una email ad uno dei  seguenti  indirizzi: gb.abate@libero.it   oppure g.abate@dmsi.unich.it    (Non utilizzare info-noreply@aging.it)…….

….ma se questo blog scapigliato, che spazia disinvoltamente dalle riflessioni filosofiche alle cene eleganti di Arcore , passando per fatti e misfatti del vasto mondo dell’università e della medicina, vi piace almeno un po’, fatelo conoscere ai vostri amici.

 

Archivio 2010-2011

Tanto per cominciare : Che fare dopo il pensionamento:  come continuare il dialogo con i vecchi amici  e mantenere aperta una finestra sul mondo —- Come è cambiata la medicina:  Riflessioni sui mutamenti epocali della medicina negli ultimi cinquanta anni: specializzazioni e superspecializzazioni, progresso tecnologico, l’illusione  di onnipotenza, Big Pharma con i suoi meriti e demeriti, la evoluzione  di una disciplina dall’etica all’economia, la medicina difensivistica…..ed altro ancora—- Lettera sulla Geriatria : Da Greppi ed Antonini  fino ai pallidi epigoni dei giorni d’oggi, sulla base di una lunga ed appassionata esperienza personale, questo articolo ripercorre la storia della Geriatria italiana dagli entusiasmanti esordi alla  fatale  decadenza. Tra  il  collasso dei valori, l’imperante  ageismo e la  indifferenza totale delle istituzioni, si prefigura lo spettro prossimo venturo della vecchiaia abbandonata —- La buffa storia del preservativo: Tra il serio ed il faceto, in parte su base documentale, ma anche usando la fantasia, si descrivono le varie fogge  di questo umile ma prezioso oggetto,  a partire dai graffiti rupestri fino ai nostri giorni, passando per gli egiziani, i greci, i romani, i monaci medievali, Giacomo Casanova, il  “divin marchese”, l’industria della gomma, eccetera  eccetera. Una digressione burlesca che l’autore del blog si è permesso, poiché chi è stato un goliardo lo rimane per sempre —-  Gottinga in Abruzzo Citeriore (ricordo di un amico):  Dove si parla di un uomo libero e del  fallimento di un impossibile sogno —- Variazioni su una descrizione di Montaigne : Una novella  di Francesco  Iengo:  le surreali modalità di ingresso nella città di Gottinga —- Un ispettore generale a Gottinga:  Altra novella di Francesco Iengo, in cui si parla  della Facoltà di Lettere di  Gottinga e di improbabili e colorite sedute del Consiglio di Facoltà —- Riflessioni  sull’insegnamento  della medicina: Sulla crescente discrepanza tra una facoltà ingessata, sempre più degradata e pletorica e la  formazione di   medici  professionalmente  idonei  ad  affrontare le molteplici sfide di una disciplina in vertiginoso progresso —- Le ultime del ministro che piace tanto a Tinto Brass: Su alcuni exploit  del governo da operetta:  misfatti ed amenità di MaryStar, la  sexy ministra dall’aria intellettuale, abilitata all’avvocatura in quel di Reggio Calabria, Foro di manica larga —- La vecchiaia viagrizzata: La rivoluzione chimica ha protratto a tempo indeterminato – o quasi – l’attività sessuale dei vecchi.  Alcuni se ne avvalgono con misura e discrezione, altri, ammalati di onnipotenza, si rendono ridicoli agli occhi del mondo. E noi italiani, purtroppo, ne sappiamo qualcosa…

 

Archivio 2012-2013

Il valore della vecchiaia nel pensiero degli antichi:  Da Tito Maccio Plauto a Quinto Orazio Flacco, passando per Marco Tullio Cicerone, questo breve saggio ripercorre le idee che avevano sui vecchi e sulla vecchiaia questi grandi del pensiero antico: un ottimo esempio per comprendere che l’animo degli uomini, dopo duemila anni, non è mutato— I fattori di rischio cardiovascolare nei tempi della crisi: La scoperta dei fattori di rischio ha inaugurato la prevenzione in medicina: un affare multimilionario su cui BigPharma ha lucrato senza scrupoli. Adesso, in tempo di crisi, sarebbe il caso di pensare di più a cambiare lo stile di vita –Scientific cheating e ricerca clinica nella Facoltà di Medicina: Decadenza della ricerca clinica nelle università italiane. Trucchi e stratagemmi  accademici nel contesto del degrado morale della società civile –– Academic  nepotism:Prendendo le mosse da una coraggiosa denuncia di un medico ateniese sul nepotismo e le frodi accademiche della Grecia avviata al fallimento, si discute su quanto accade sotto il sole del Bel Paese —–  Ancora sui vecchi e sulla Geriatria : La vita si allunga, la vecchiaia diventa un business ed un problema economico. E’ tempo di muoversi verso un’etica nuova Etica e Geriatria: chiudiamo il dibattito —- Diventar medici: la dura legge del fai da te: la perdita del valore professionalizzante delle Facoltà di Medicina e la conseguente necessità del  “fai da te” per imparare davvero —- Il matrimonio nell’antica Roma:un saggio di L. Poma sulle  norme che regolavano l’istituzione del matrimonio presso i Romani, che potrebbero tornar buone anche nell’epoca moderna —-Internet e medicina:come la rete e l’uso dei calcolatori sta sconvolgendo la pratica medica – Adesso la diagnosi la farà il computer?: il programma Watson consente di porre con certezza molte diagnosi. Si va verso la scoparsa del medico clinico? —-   La tesi di laurea: una istituzione anacronistica? : quasi tutte le tesi sono scopiazzate. Val la pena mantenere in vita questaistituzione? —- Riduzione degli iscritti e qualità dell’insegnamento universitario: i laureati sono a spasso. Conviene ancora iscriversi all’università?—–  Il lato oscuro di BigPharma: i taroccamenti dei trials, il disease mongering ed altri comportamenti poco etici delle multinazionali del farmaco —- La follia di voler campare centanni:  i giornali danno risalto alle scoperte che consentono di allungare la vita, ma dimenticano di dire che oltre i 90 soltanto pochi, tra malattie e demenza,  se la passano bene—  Una riflessione sui concorsi di ammissione a medicina: la maggior parte degli idonei sono al nord, ma chi ci andrà nelle università del profondo Sud?—- Neruda, Bufalino e Rodari:entriamo nel 2014 con i versi dei poeti

Archivio 2014

Fino a che punto i trials sono attendibili? : una riflessione di Paolo Vercellini  sui mille trucchi dell’industria del farmaco  per mascherare i dati indesiderati delle sperimentazioni cliniche — La vecchiaia nel pensiero filosofico di Lucio Anneo Seneca:  sulla necessità di tornare alla saggezza degli antichi per superarle angosce dei tempi moderni  —- Il mitico REX : l’epopea del  grande Transatlantico, vincitore del Blue Ribbon  sulla rotta Genova-New York  —- La vera storia del preservativo :  evoluzione, significato ed aneddoti  sull’umile sacchetto da sempre al servizio dell’umanità  ——  Come battere i farmaci generici ed alzare i prezzi:  tutti i trucchi di Big Pharma   —– Gli  emarginati  del  sesso : una provocazione di Guido Ceronetti  e  riflessioni sul diritto alla sessualità ——- Berlusconi e gli anziani : sull’ageism dell’ex-cavaliere  ——  Pensieri e consigli per la terza età : un nuovo libro di Vittorio Nicita Mauro —- Raccolta di aforismi sulla vecchiaia  —— La medicina predittiva: solo progresso? : i  grandi vantaggi di individuare i fattori di rischio ( e se possibile di correggerli), ma attenzione a non farsi prendere la mano e passare la vita tra un check-up e l’altro —- Quando amore non mi riconoscerai (recensione) : una appassionante testimonianza sulla malattia di Alzheimer —–Su un articolo di Vera Schiavazzi : la vera età della vecchiaia —– La donna più vecchia del mondo – Opinioni sulla longevità : prendendo spunto da una notizia di cronaca si sottolineano i molti rischi della longevità estrema —- When you are old : una poesia di William Butler Yeats —- Fino a quando i vecchi devono/possono/vogliono esser curati : dibattito sulla opportunità delle terapie (specie eroiche) nei vecchi e sul diritto all’autodeterminazione

Archivio 2015
Decrescita felice : tre articoli su un tema che riguarda il futuro del genere umano —– Le scuole di specializzazione in medicinaLa vecchiaia al femminile di Eide Spedicato (recensione) —– Dieta e longevità : falsi miti e suggerimenti pratici —- Duilio Poggiolini : la triste fine del Re Mida della sanità —— Riflessioni semiserie sul Viagra Rosa : la pillola che farebbe tornare il desiderio alle frigide —-Gesualdo Bufalino: Poesia di Capodanno

Archivio 2016

San Francesco: Laudato si’ mio Signore —- Alzheimer: maneggiare con cura —- Alzheimer: ulteriori annotazioni —- Scientific cheating : Guardiamoci nelle palle degli occhi — Giorgio Cosmacini: Il malato racconta ma il medico deve ascoltare —- Umberto Eco: Riflessioni sul dolore —- Sugli ambigui rapporti tra Big Pharma ed Università —— Diete…. non vi sembra che si esageri? —– Paolo Vercellini: Dollars for Docs —- Gigi: Un terremoto in Giappone