544 pagine, formato 22×32, oltre 300 immagini della città antica

di Marzio Bartoloni sul Sole 24 ore del 13 Gennaio 2026
Si chiama “Mia” ed entrerà nei prossimi giorni negli studi dei primi 1500 medici di famiglia. Mia è un acronimo che sta per Medicina e intelligenza artificiale.e sarà più di un assistente virtuale, sarà un vero e proprio aiutante scientifico del camice bianco in grado di supportarlo in molte delle sue decisioni quotidiane: magari per arrivare a una diagnosi quando con sintomi poco chiari non si hanno tante certezze oppure suggerendo un percorso di cura, un esame da fare o un farmaco da prescrivere al proprio paziente che da anni è colpito da una malattia cronica fino a consigliare anche attività di prevenzione utili per quell’assistito che avendo superato una certa età è meglio se fa un controllo in più o uno screening.
Dopo aver fatto il suo ingresso negli ospedali – sempre più apparecchiature di diagnostica la utilizzano per migliorare le proprie performance – l’intelligenza artificiale grazie a un progetto finanziato dal Pnrr si appresta a entrare negli ambulatori dei dottori di famiglia compresi quelli che lavorano o lavoreranno nelle nuove Case di comunità sul territorio. L’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali che è anche l’Agenzia per la Sanità digitale, dopo aver chiuso la gara del valore di 8,3 milioni per la messa in esercizio e la gestione della prima Piattaforma di intelligenza artificiale per le cure primarie – gara vinta dall’azienda Bv tech – ha provveduto insieme alle Regioni ad assoldare i primi 1500 medici di famiglia che, dopo un percorso di formazione che partirà a breve, durante il 2026 testeranno “Mia” nel loro lavoro. Per ora si comincia con il primo dtrappello di medici, ma l’idea è quella di far arrivare “Mia” a una platea molto più estesa di camici bianchi nel giro di due-tre anni.
Ma come funziona “Mia”? Si tratta di una piattaforma interrogabile dal pc – anche sotto forma di app – mediante un’interfaccia conversazionale di semplice utilizzo che prevede una architettura tecnologica basata sull’intelligenza artificiale (Rag: Retrieval Augmented Generation). Il medico potrà fare domande a “Mia” la quale a sua volta attingerà da una base di conoscenze “validate e certificate”: si tratta di fonti informative e documenti ufficiali come linee guida, protocolli, normative, letteratura scientifica, percorsi diagnostico terapeutico assistenziali, nomenclatori, ecc. Il progetto tra l’altro prevede l’attivazione del percorso di certificazione dello strumento come dispositivo medico, un passo per garantire ancora di più affidabilità e aderenza alle norme specifiche di settore. L’arrivo di “Mia” negli studi dei medici di famiglia del resto coincide con varie iniziative anche a livello internazionale che vedono l’intelligenza artificiale sempre più presente nella creazione di contenuti nel settore salute, come dimostra l’arrivo anche della nuova versione “ChatGpt Salute” appena annunciata da OpenAi (si veda articolo a fianco) che sarà presto a aperta a tutti gli utenti del web.
Il progetto per creare “Mia” prevede tre fasi: la prima di analisi, progettazione e realizzazione dello strumento informatico si è conclusa lo scorso 31 dicembre. Una seconda fase di sperimentazione e manutenzione, da concludersi entro il 31 dicembre di quest’anno, che parte in questi giorni consisterà nell’implementazione progressiva da parte dei 1500 medici sperimentatori dei tre casi d’uso della piattaforma e cioè “inquadramento diagnostico di base”, “supporto alla gestione della cronicità” e “supporto alla prevenzione e alla promozione della salute”. Durante quest’anno si prevede come detto anche l’implementazione di un piano di formazione per abilitare i medici all’utilizzo dello strumento e a incrementare le proprie conoscenze sull’intelligenza artificiale. Infine l’ultima fase prevista è quella di gestione e manutenzione della Piattaforma, a partire da gennaio 2027, che prevede una progressiva estensione agli altri medici di famiglia che lavorano per il Ssn: dopo i primi 1500 sarà esteso ad altri 3mila camici bianchi nel 2027, poi altri 7500 e infine altri 15mila.
Dalla “pettiroloquia afona” all’Intelligenza Artificiale
Era il 1864 quando Guido Baccelli, clinico medico di Roma, descrisse il segno della “pettiroloquia afona” che di lui porta il nome, ed il 1867 quando il clinico viennese Karl Stellwag von Karion rese nota l’osservazione della riduzione della frequenza dell’ammiccamento nei soggetti con ipertiroidismo.
Nel 1960 e nel 1962, quando sostenni gli esami rispettivamente di Patologia e Clinica Medica, la conoscenza di questi segni veniva ancora richiesta dai severi professori dell’epoca, e non pochi furono gli studenti che ci lasciarono le penne per non aver risposto correttamente, o per aver dimenticato tre o quattro segni (su una trentina) di impegno mediastinico anteriore e posteriore.
Sono disposto a giocarmi qualsiasi cosa se non solo gli studenti d’oggi, ma anche i loro professori (fatto salvo qualche raro cultore di storia della medicina) conoscano questi nomi e questi segni. Ma, ai miei tempi, soltanto la semeiotica e pochi esami di laboratorio erano disponibili per la diagnosi, e si faceva molto affidamento sull’occhio clinico, vale a dire sul niente sul piano scientifico. Di terapia meglio non parlare, si stava ancora con le erbe, il salicilato, la digitale e la penicillina.
Solo negli ultimi anni ’60 e primi del ’70 del secolo trascorso cominciarono ad affermarsi le discipline specialistiche, in concomitanza con lo sviluppo di metodi laboratoristici e strumentali più avanzati e di più efficaci mezzi terapeutici. Da allora infinite quantità d’acqua son passate a muovere le pale dei mulini e dalla preistoria in poco più di mezzo secolo si è giunti alla incredibile e salvifica medicina dei tempi moderni.
Non è necessario spendere molte parole. Quel che è accaduto è sotto gli occhi di tutti. In ogni settore dalle specializzazioni si è passati alle sottospecializzazioni e da queste alle iperspecializzazioni, sicchè ai tempi d’oggi non pochi sono quelli che, da un lato, conoscono solo una decimillesima parte dello scibile medico, ma che dall’altro per quella decimillesima parte sono capaci di diagnosi accurate ed efficaci terapie.
E’ quindi già oltre ogni evidenza che sotto il termine omnicomprensivo di “dottore in medicina” si collocano figure professionali tra loro assai lontane, che praticano mestieri assolutamente diversi seppur volti ad un comune obiettivo, e cioè la salute dell’uomo.
Ed oggi ecco irrompere l’Intelligenza Artificiale a rimescolare le carte, e ad imporre una ulteriore e potente accelerazione. Molti tra quelli mi leggono conoscono assai meglio di me le applicazioni presenti e future della IA alla Medicina. Da quel che ho appreso la IA si propone come utile mezzo per la corretta formulazione delle diagnosi, quando istruita con gli opportuni dati clinici, strumentali e di laboratorio, sta rivoluzionando la diagnostica per immagini comunque ottenute (TAC, RMN, ecografie, ecc.) con una percentuale di risultati esatti superiore a quella ottenuta da radiologi esperti, può essere positivamente utilizzata come valido sussidio nelle prescrizioni terapeutiche quando edotta della precisa diagnosi della patologia principale, delle patologie associate, delle caratteristiche genetiche, e naturalmente dell’età e del sesso del paziente, si propone per la realizzazione di sistemi di predizione, in grado di identificare possibili patologie ancor prima che queste si manifestino, sta velocizzando la scoperta di nuovi farmaci e la esecuzione di studi clinici controllati. Questo per quanto io ne sappia, ma è certo che anche in molti altri campi ha già portato o possa portare in un prossimo futuro a strabilianti progressi.
Così stando le cose (da un lato la crescita esponenziale delle conoscenze e la parcellizzazione specialistica ed ultraspecialistica della medicina, dall’altro il subentrare di algoritmi superiori alla mente umana) si impone una seria riflessione su alcuni argomenti fondamentali: 1) quale futuro c’è da attendersi per molte specialità mediche (quali diventeranno obsolete e sostituite dalla IA? Quali cambieranno? Come dovranno modernizzarsi? Quali nuovi profili professionali emergeranno?); 2) come dovrà evolvere la Facoltà di Medicina per formare le figure professionali necessarie a fronte dell’espandersi delle conoscenze e di così radicali evoluzioni?; 3) in che misura l’insegnamento accademico sta recependo le innovazioni che la IA ha introdotto od introdurrà a breve nella pratica professionale?
Le problematiche sono tra loro interconnesse. Mi pongo alcune domande e cerco tentativamente di formulare delle risposte. Quando in un futuro non troppo lontano una macchina intelligente sarà capace di leggere con una precisione maggiore anche dello specialista più esperto una immagine radiologica od istologica od un tracciato di qualsivoglia altro genere, a che serviranno i radiologi o gli anatomopatologi? A controllare che l’IA abbia fatto tutto per bene oppure che in un caso su mille non sia impazzita ed abbia preso un grossolano abbaglio? E quando, immettendo i dati appropriati, suggerirà la prescrizione terapeutica più idonea, con le relative percentuali di successo, e/o di effetti collaterali indesiderati? O quando, e sarebbe il caso limite, farà tutto da sola suggerendo diagnosi e terapia, tenendo conto della comorbilità del paziente? Certo, ci vorranno pur sempre degli umani per eseguire procedure interventistiche su base manuale, anche se non si può escludere che sofisticati robot non riescano a fare anche questo. Fantascienza secondo voi, che l’IA giunga (in tutto o in parte) a sostituire l’opera del medico, o probabile evenienza di qualche prossimo decennio, quando verranno sciolti o minimizzati i dubbi (al momento attuale non pochi e rilevanti) di ordine clinico, etico e medico-legale? Il medico perderà del tutto quella umanità che consente di accompagnare il paziente nel suo percorso di malattia, mitigando la tempesta dei turbamenti che lo assale a fronte di patologie invalidanti, o potenzialmente/sicuramente mortali?
Risulta evidente che ci stiamo incamminando su una terra di nessuno, in cui la linea dell’orizzonte si allontana ed appare indecifrabile, il progresso si configura più come un rischio che come una opportunità, più come una minaccia che come una promessa.
In tutto questo come si pone al momento attuale la Facoltà di Medicina? Mi pare mettendo la testa sotto la sabbia e rimanendo ancorata ad un progetto didattico a mio avviso anacronistico.
Per rimanere aggiornato mi sono andato a riguardare i piani di studio della Laurea Magistrale in Medicina, imbattendomi così in pagine e pagine di un libro dei sogni, un fumoso vaniloquio di roboanti parole. Giusto per dare un’idea riporto alcune frasi, relative agli obiettivi del corso:
Un fiume di altisonanti ma vuote parole che vorrebbero dire tutto, ma che in sostanza non dicono nulla: una Facoltà con tanti (troppi per essere credibili) obiettivi da raggiungere, ma nessuno di essi ben definito, una Facoltà che naviga a vista, a somiglianza del marinaio di Seneca, che “nessun buon vento poteva aiutare perchè non conosceva il porto verso il quale dirigersi”.
Se poi si vanno a guardare i programmi delle varie materie si rimane impressionati dalla abbondanza degli argomenti di studio per ogni singola materia, dal dettaglio con cui vengono trattati, oltre che dai testi consigliati per la preparazione dell’esame, spesso volumi di una tale ampiezza, la cui assimilazione sarebbe impossibile anche per un cervello estremamente dotato.
E’ evidente che chi ha scritto questi piani di studio (escludendo la malafede) doveva avere un altissimo concetto del corpo docente, capace di così alto magistero, e soprattutto una incommensurabile stima nelle capacità di apprendimento dei nostri studenti. E mi astengo da facili ironie. Fatto si è che, purtroppo :1) alla fine del corso e conseguita la laurea, il povero dottore che ha studiato tutto ha già da tempo dimenticato il 90% di quello che ha studiato; 2) non è competente in nulla da un punto di vista pratico: ha visto pochi malati, non ha eseguito nè visto eseguire procedure diagnostiche; 3) conosce poco l’uso dei farmaci; 4) insomma, se lasciato da solo, combinerebbe un sacco di guai.
A questo punto dovrà affrontare un supplementare percorso di studi (leggi scuole di specializzazione), per accedere ad una posizione professionale spendibile nel mercato del lavoro. In pratica ha quasi buttato al vento sei anni della sua vita. Come se non bastasse, da superspecialista, finirà poi magari a curare una sola malattia, od a praticare una sola metodica diagnostica, od una sola tipologia di intervento terapeutico; e, se generalista, si dedicherà alla prescrizione di esami di laboratorio ed alla compilazione di ricette, spesso e volentieri su suggerimento di altri colleghi, od anche dello stesso paziente che si è acculturato su Internet.
C’è da chiedersi: perché sprecare tanto tempo per apprendere (si fa per dire) tante cose che poi risulteranno del tutto inutili ai fini della attività professionale che verrà intrapresa? Non sarebbe più proficuo tornare all’antico, e cioè ad un corso altamente professionalizzante per la medicina di primo livello, per formare un medico di base competente anche da un punto di vista pratico, che ad esempio sappia saturare una ferita semplice, frenare una epistassi, eseguire ed interpretare un’ecografia od un ecg (sempre che non siano le stesse macchine dotate di IA a dargli la risposta), rimuovere un corpo estraneo da un occhio, od un tappo di cerume da un orecchio, curare a casa una bronchite, gestire un cronico polipatologico, ecc. ecc. ecc. ? Era questo che si insegnava ai miei tempi (negli anni ‘60 e ‘70) nella Facoltà di Medicina: numero di materie molto ridotto, lezioni ex-cathedra al mattino, esercitazioni pratiche al pomeriggio con tanta semeiotica ed esecuzione di semplici procedure diagnostico-terapeutiche; studio di sera e nei giorni liberi dagli impegni didattici su libri e dispense di proporzioni contenute. Da studenti ne abbiamo visti tanti di ammalati con le più varie patologie, ne abbiamo ascoltati tanti di cuori e polmoni, ne abbiamo dati tanti punti di sutura, ne abbiamo svuotato tanti di versamenti, ne abbiamo apprese tante di tecniche di routine e di pronto intervento: un insieme di conoscenze ed abilità che un buon medico generalista dovrebbe possedere, e che infatti mi tornarono molto utili (e misi in pratica) nei mesi estivi in cui, per vari anni, andai a sostituire il medico condotto di Porretta Terme, un paesino tra le montagne dell’Appennino Tosco-Emiliano.
Sarebbe bello se un giorno un professore, poniamo di Neurochirurgia o di Cardiochirurgia, o di qualsiasi altra materia specialistica od ultraspecialistica dicesse onestamente “per quel che deve sapere un medico generalista, a me bastano soltanto due o tre ore di insegnamento, tutte le altre le dedicherò a quei pochi che coltiveranno professionalmente la mia stessa disciplina o discipline ad essa affini”.
Sarebbe bello se un giorno si diventasse professore universitario per vere competenze teorico-pratiche e non per aver prodotto un mucchio di papers di scarsa e spesso assai dubbia qualità, e/o per l’appartenenza ad una lobby o per meriti di sangue.
Sarebbe bello se un giorno ai medici di base venisse restituita una dignità professionale basata sulla capacità di praticare una efficace medicina di primo livello, rivisitando il passato in chiave moderna, formando un professionista capace di seguire il decorso di patologie croniche di largo impatto epidemiologico, come il diabete, lo scompenso, ecc. ecc., di curare alcune comuni patologie anche a domicilio (!!! – pratica ormai largamente desueta), di eseguire esami strumentali e semplici interventi come quelle in precedenza elencati, last but not least di maneggiare con competenza gli strumenti informatici diagnostico-terapeutici basati sulla IA, mano a mano che questi diverranno disponibili.
Tutto questo sarebbe molto bello, ma purtroppo non è così. Troppi e troppo tenaci sono gli ostacoli e le resistenze da superare: a partire dagli attuali professori universitari abbarbicati al numero di crediti, come se da questi dipendesse l’importanza della loro disciplina ed il proprio prestigio, per finire ai Medici di Medicina Generale, oggi soverchiati da una ingombrante burocrazia, e di conseguenza impossibilitati e/o incapaci e/o riluttanti nel praticare una vera medicina di primo livello, portati quindi a delegare un pò a tutti (il laboratorio di analisi, la radiologia, gli specialisti, le strutture ospedaliere) ogni tipo di problema, sia perchè mai formati in tal senso, sia per il timore di incappare in conseguenze medico-legali. Eppure, a ben vedere, ci sarebbero vantaggi per gli uni e per gli altri: i professori potrebbero spendere più proficuamente il loro tempo nelle Scuole di Specializzazione, insegnare davvero e non servirsi degli specializzandi come di utili portatori d’acqua; i MMG potrebbero riguadagnare gratificazione professionale, praticando una vera medicina, e liberandosi per larga parte dalla burocrazia. E finalmente i Pronto Soccorso potrebbero tirare un respiro di sollievo.
In questa ottica, nel mio futuristico immaginario, la strutturazione della Facoltà di Medicina dovrebbe essere ben diversa dalla attuale, scindendo il percorso formativo di chi vuol diventare un Medico di Medicina Generale dai percorsi di quelli che vogliono diventare specialisti od ultraspecialisti: magari attivando un triennio di Scienze Biomediche semplicemente di indirizzo, in cui far confluire quanto rientra oggi nei sei anni di corso. Lo scopo principale di questo triennio sarebbe quello di fornire le basi biologiche della disciplina, descrivere le patologie a maggiore impatto epidemiologico, ed illustrare in termini generali i contenuti dei suoi molteplici settori e sub-settori, senza particolari approfondimenti. Servirebbe semplicemente per far capire allo studente quali sono le possibili strade che potrà intraprendere, le loro prospettive e potenzialità, le loro difficoltà, le implicazioni che possono avere sul piano economico, dell’impegno e della gratificazione professionale, ed anche delle relative ricadute psicologiche, in modo che la scelta del cammino futuro – quello sì davvero professionalizzante – sia consapevole e meditata, in accordo con la propria indole e le proprie abilità ed attitudini.
Dopo il triennio di orientamento si potrebbe attivare un secondo triennio con vari percorsi, ad esempio il primo per i medici generalisti, coinvolgendo ampiamente gli ospedali per una didattica di tipo professionalizzante da svolgersi in piccoli gruppi; il secondo propedeutico a specializzazioni mediche, ed un terzo propedeutico a specializzazioni chirurgiche. Volendo essere ancor più pragmatici, la migliore opzione, a mio avviso, fermo restando il triennio per i medici del territorio, sarebbe quella di partire direttamente con le varie scuole di specializzazione.
Eppure, mi pare che si vada in senso contrario, non solo mantenendo l’attuale anacronistico piano di studi, ma proponendo per giunta di attivare un ulteriore carrozzone universitario, e cioè una Scuola di specializzazione per chi vuole intraprendere la carriera di MMG. Idea folle. Nella migliore delle ipotesi verrebbero chiamati ad insegnare gli stessi che attualmente, nello scombicchierato corso di laurea, non insegnano le cose che dovrebbero insegnare (molti di proposito, perchè gelosi dei segreti dell’arte), e nella peggiore giungerebbero alla docenza gli stessi MMG che quelle cose attualmente non le fanno.
Come se non bastasse vengono attualmente accreditati Corsi di laurea in medicina “telematici”, con un corpo docente e strutture ospedaliere di riferimento di assoluta modestia, quasi a certificare che quella in medicina è una laurea “pro forma”, non professionalizzante, che si può conseguire come e dove si vuole. L’accreditamento di queste lauree telematiche certifica, infatti, un declassamento delle attuali Facoltà, equiparando legalmente il titolo conseguito con lezioni online e la frequenza di breve durata di una struttura ospedaliera di provincia a quello conseguito presso i più rinomati Policlinici italiani. Insomma, come dire che l’attuale corso di laurea (che dura ben sei anni!!) non serve altro che a dare una “infarinatura” di conoscenze mediche, giusto per capire semplicemente di che si tratta, perchè a diventare veri dottori ci si penserà dopo; un opificio di pezzi di carta inutili da un punto di vista pratico ma passaporto necessario per proseguire gli studi ed acquisire una reale professionalità. E forse, a ben pensare, queste lauree telematiche povere di contenuti eccelsi, e che si affidano ad ospedali di non chiara fama, ingombrando di meno il cervello, potrebbero esser più adatte alla formazione di base del giovane prima dell’ingresso ad una scuola di specializzazione veramente professionalizzante. Paradossale, ma non troppo. Verrebbe da dire: meglio poche idee ma chiare e consolidate, piuttosto che molte e molto confuse.
Altre ma non meno importanti considerazioni. Mi sembra assurdo prolungare indebitamente la durata degli studi proprio in un periodo storico in cui si lamenta carenza di medici, in buona parte reale, ma certamente aggravata dalla fuga all’estero di molti laureati. Non solo. Ai miei occhi appare non etico far sprecare ai nostri giovani i migliori anni della loro vita, in cui il cervello è ben predisposto ad apprendere, ed è al suo apice l’entusiasmo di esprimersi. Perchè non trarre esempio dalla Facoltà di Odontoiatria? Fino a qualche decennio fa bisognava esser laureati in Medicina per diventar dentisti. Poi si è capito che per fare quel mestiere tutta questa cultura non serviva, era semplicemente tempo perso. Ma così vanno le cose nel nostro paese: si duplica, si triplica, si moltiplica, per creare fittiziamente nuovi posti di lavoro, per allargare la propria sfera di influenza, senza tener conto del bene comune e buttando al vento un mare di quattrini che potrebbero essere spesi molto meglio. Sarebbe ora che gli attuali professori universitari si confrontassero seriamente con queste problematiche, aprissero le loro menti al futuro, dismettessero i loro egoismi, dimostrassero con illuminata umiltà di essere degni del ruolo che ricoprono, onde riacquisire il riconoscimento ormai da tempo perduto di rappresentare l’intellighentia della nazione. Pia illusione.
Sono perfettamente consapevole che queste sono farneticazioni di un quasi nonagenario. Se da un lato sono stato molto fortunato nell’aver attraversato nella mia lunga vita una epocale transizione da una medicina di stampo appena post-ippocratico alla stupefacente medicina dei tempi moderni, dall’altra mi dispiace molto di non aver davanti anni sufficienti per assistere a tutte le evoluzioni che avrà ancora la pratica medica e necessariamente dovrà avere l’insegnamento di questa nobile disciplina.
https://www.dropbox.com/s/e2o782hdbibgix7/HOMO%20MAIELLENSIS.pdf?dl=0
Un illustre medico inglese e la moglie, appassionati di paleoantropologia, sono impegnati nella ricerca delle vestigia del mitico Homo Maiellensis. A seguito di una rovinosa caduta nei pressi della Grotta del Cavallone vengono ricoverati nell’ospedale di Sottomonte. Da qui si dipana una appassionante storia che vede coinvolti numerosi personaggi della cittadina di Chemomail City nonché del Comitato della Superiore Cultura. Un tragico evento impegna il maresciallo Centobuchi nella difficile ricerca della verità.
https://www.dropbox.com/s/w4xpg2gvfsnbp2f/Una%20diagnosi%20difficile.pdf?dl=0
Un caso clinico di difficile soluzione. Ma in realtà la diagnosi è molto più semplice di quanto non appaia.
https://www.dropbox.com/sh/2n3i1dlx3a0r2np/AAAOtoZ7uc-_owJ2Z0lG7biHa?dl=0
Vizi privati e pubbliche virtù. I soprusi del potere. Due storie simili ma con un finale diverso ed imprevedibile.
Ho compiuto 80 anni. Ancora una volta ho battuto il mio record personale di anni vissuti senza morire neanche una volta. Comunque per me l’età non è importante visto che io non sono né un vino né un formaggio.
Non sono pochi i lati positivi della vecchiaia. E’ pur vero che con gli anni si hanno problemi di vista, ma posso assicurarvi che, pur avendo difficoltà a leggere il giornale senza occhiali, riesco a riconoscere benissimo i buzzurri da lontano. E’ pur vero che si hanno problemi di udito, ma è molto positivo dire di aver capito solo quello che mi pare e viceversa. E’ pur vero che di notte bisogna alzarsi anche più d’una volta per fare la pipì, ma è altrettanto vero che il mio caro amico, a parte questa, non ha altre esigenze.
Per il resto posso mangiare quando voglio, dormire quando voglio, accettare o rifiutare un invito quando voglio, e finalmente nessuno mi rompe più i cabasisi per propormi una assicurazione sulla vita. Il poco mi basta, del più non so che farmene, del giudizio degli altri me ne posso bellamente “stracatafottere”.
A questo punto non ho nulla da chiedere alla vita, ma alla morte si: di fare con calma perché io non ho alcuna fretta. Ringrazio di cuore gli amici che mi hanno fatto gli auguri. Risponderò a tutti singolarmente, ma quando ne avrò voglia. Penso che anche voi conveniate che sia opportuno impiegare questi giorni in maniera più proficua. Cioè, come dicono i giovani, “cazzeggiando”. Non a caso il saggio dice che “un anno di un giovane non è tanto prezioso quanto un giorno di un vecchio”.
Nel rinnovare i miei ringraziamenti vi garantisco che lotterò con le unghie e con i denti (sarebbe più giusto dire con la dentiera) per arrivare a 100 anni, anche a costo di restarci secco.
Vi accomuno in un forte abbraccio.
Storie aneddoti e personaggi trapanesi dalle origini al novecento
Trattasi di un parallelepipedo di 20 x 13 x 3 cm, del peso di circa 400 grammi; 450 pagine suddivise in 80 capitoli; euro 15; edito da Margana Edizioni – Via Nausica 52 – 91100 Trapani
Tel. 0923-29364
La carta è di buon qualità e vale da sola la spesa.
Da alcuni ricordato come poeta della serenità classica e dell’equilibrio dei sentimenti, Orazio in realtà fu un uomo ansioso, malinconico, forse a tratti depresso, e da ciò nasce l’angoscia sfibrante della noia, sulla quale si innesta il senso cupo della morte. Se non vi è alternativa alla morte (l’unica cosa certa – ultima linea rerum –), bisogna pur trovare antidoti e compensi, quali ad esempio la convinta adesione alla semplicità del vivere, al rifiuto del superfluo, al rifuggire dagli eccessi e dall’apparire, al preferire la fresca aria mattutina della campagna e le verdure dell’orto all’aria greve della suburra ed ai cibi elaborati delle mense dei principi: una filosofia spicciola, quella dei giorni feriali, la famosa filosofia del carpe diem. Con la consapevolezza, tuttavia, che si tratta di un compenso provvisorio, un punto di equilibrio instabile e precario. Orazio è convinto che non ci è dato nulla che rimanga se non nella memoria. Ma la memoria ha il sostanziale difetto di farci riflettere su un passato immodificabile: mantiene il piacere delle gioie trascorse ma ha in se il dato negativo del rimpianto.
Perché Orazio a distanza di duemila anni continua a parlare con noi? Semplice: pur confidando nei poteri salvifici della scienza, siamo consapevoli che essa nulla può di fronte all’ultima “linea delle cose”. Cerchiamo di rimuoverla, di occultarla, di seppellirla sul fondo della coscienza, questa ultima linea rerum, ma senza successo. Ci impegniamo allora in un frenetico attivismo, per distrarci, per dimenticare, ma a differenza d’Orazio non disponiamo di strumenti idonei di compenso. Antidepressivi ed ansiolitici non hanno lo stesso potere lenitivo del carpe diem.
Vale dunque la pena di rileggerlo questo eccelso poeta, riproponendo alcune odi che fanno maggiormente riflettere, come ad esempio quella a Sestio, cui Orazio ricorda che con il giungere della primavera è saggio festeggiare il risveglio della natura, poiché non è lontano il giorno in cui bisognerà entrare nella casa degli Inferi; o quella a Leuconoe, giovane ed inesperta fanciulla, cui Orazio rammenta la fugacità del tempo e suggerisce di “cogliere l’attimo”; o quella a Grosfo, che si bea delle sue ricchezze e vive nel lusso, ma non per questo è più felice del poeta , che in sorte ha avuto solo un campicello, ma in compenso il dono sublime della poesia.
Tradurre Orazio, orafo della parola, insostituibile nella sua posizione e nel suo contesto, essenziale e densa di un significato proprio, è impossibile. Lo si capisce anche visivamente considerando quante più parole sia necessario adoperare in una traduzione non letterale ma di senso e di atmosfera. E’ quindi lapalissiano che a confronto dell’originale la traduzione è una “ciofeca” (bevanda post-bellica di un simil-caffè fatto coi fondi dei caffè precedenti, d’orzo per giunta), ma pur sempre meglio di niente per scaldare un po’ il cuore, come la ciofeca scaldava il pancino. E quindi chi conosce il latino si goda l’originale, chi non lo conosce si accontenti della ciofeca.
| I,4 – A Sestio
Solvitur acris hiems grata vice veris et Favoni trahuntque siccas machinae carinas, ac neque iam stabulis gaudet pecus aut arator igni nec prata canis albicant pruinis.
Iam Cytherea choros ducit Venus imminente luna iunctaeque Nymphis Gratiae decentes alterno terram quatiunt pede, dum gravis Cyclopum Volcanus ardens visit officinas.
Nunc decet aut viridi nitidum caput impedire myrto aut flore, terrae quem ferunt solutae; nunc et in umbrosis Fauno decet immolare lucis, seu poscat agna sive malit haedo.
Pallida Mors aequo pulsat pede pauperum tabernas regumque turris. O beate Sesti, vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam. Iam te premet nox fabulaeque Manes et domus exilis Plutonia: quo simul mearis, nec regna vini sortiere talis, nec tenerum Lycidan mirabere, quo calet iuventus nunc omnis et mox virgines tepebunt.
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Si scioglie il gelo dell’inverno al soffio della primavera, gli argani spingono verso il mare le barche in secca, il gregge più non gode il caldo dell’ovile, il contadino del focolare, ed i campi più non biancheggiano pallidi di brina.
Al chiarore sospeso della luna Venere conduce le danze, e le Ninfe e le Grazie leggiadre battono la terra con alterno piede mentre Vulcano osserva tra le fiamme il faticoso lavoro dei Ciclopi.
Ora è tempo di cingere il capo lustro d’unguenti Con un serto di mirto verde O con i fiori che sbocciano dalla terra dischiusa. Ora è tempo di immolare a Fauno in un bosco ombroso una agnella od un capretto se lo preferisce.
La pallida Morte bussa equanime ai tuguri dei poveri ed alle torri dei principi. O felice Sestio, la brevità della vita ci vieta di nutrire una lunga speranza. Già ti son vicini la notte e l’anime dei morti e la diafana casa di Plutone: quando vi entrerai, non t’avverrà per sorte d’essere eletto signore del convito né potrai ammirare il tenero Licida, per cui adesso si infiammano i giovani e tra non molto sospireranno anche le vergini. |
| I,9 – A Taliarco
Vides ut alta stet nive candidum Soracte, nec iam sustinent onus Silvae laborantes geluque Flumina constiterint acuto.
Dissolve frigus ligna super foco Large reponens atque benignius Deprome quadrimum Sabina, o Taliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul Stravere ventos aequore fervido Deproeliantis, nec cupressi Nec veteres agitantur orni.
Quid sit futurum cras fugere quaerere et Quem fors dierum cumque debit lucro Adpone, nec dulcis amores Sperne, puer, neque tu corea, donec virenti canizie abest morosa. Nunc et Campus et areae lenesque sub noctem susurri composite repetantur hora, nunc et latentis proditor intumo gratus puellae risus ab angulo pignusque dereptum lacertis aut digito male pertinaci. |
Guarda com’è bianco di neve il Soratte, ed i rami delle selve che si piegano affaticati sotto il peso ed i fiumi rappresi dall’intenso gelo.
Scaccia il freddo, Taliarco, metti molta legna al focolare, e versa in abbondanza vino vecchio da un’anfora sabina.
Lascia il resto agli dei, ora che si placano i venti sul mare in burrasca, né più si agitano le chiome dei cipressi o dei frassini cadenti.
Quale sia il futuro domani non chiedere E vivi come un dono ogni giornata, Quale che sia, la sorte ti conceda, né disprezzare, ragazzo, i dolci amori e le danze finchè lontana è la vecchiaia dalla tua verde età. Ora ti chiamino i giochi nell’arena e si ripetano nella notte i teneri sussurri, il dolce riso che ti rivela l’angolo segreto dove si nasconde il tuo amore ed il monile che le togli dal braccio o da un dito che resiste appena. |
| I, 11 – A Leuconoe
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi Finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios Temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati,
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam, Quae nun oppositis debilitate pumicibus mare Tyrrhenum: sapias, vina liques et spatio brevi Spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida Aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
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Tu non chiedere – non è dato saperlo – qual destino gli dei abbiano assegnato a te ed a me, Leuconoe, né lasciarti tentare dagli indovini.
E’ meglio accettare la sorte che ci attende sia che Giove ci conceda molti inverni, sia che sia questo l’ultimo che ora sferza le scogliere del mare Tirreno. Sii saggia, filtra i vini, la breve durata della vita impedisce di coltivare una lunga speranza. Mentre parliamo, il tempo invidioso è già fuggito. Godi il presente Meno che puoi fidando nel domani.
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| I,25 – A Lidia
Parcius iunctas quatiunt fenestras Iactibus crebris iuvenes protervi, Nec tibi somnos adimunt amatque Ianua limen, Quae prius multum facilis movebat Cardines. Audis minus et minus iam: “Me tuo longas pereunte noctes, Lydia, dormis?”
Invicem moechos anus arrogantis Flebis in solo levis angiportu, Thracio bacchante magis Sub interlunio vento, cum tibi flagrans amor et libido, quae solet matres furiare equorum, saeviet circa iecur ulcerosum non sine questu, laeta quod pubes hedera virenti gaudeat pulla magis atque myrto, aridas frondes hiemis sodali dedicet Euro. |
Sempre di meno giovani protervi Lanciano sassi alle tue finestre, né ti rubano il sonno. E restano chiusi i battenti della porta che prima scivolavano facilmente sui cardini. Ormai meno, sempre meno, odi: “Tu dormi, Lidia, mentre io mi consumo Inquieto nella notte?”
In un vicolo deserto piangerai anche tu vecchia e derisa dagli amanti, quando il vento di Tracia urla forte nelle notti senza luna, ed il fuoco del desiderio, la libidine che squassa le cavalle, strazierà il tuo ventre strappandoti un lamento, mentre i giovani preferiranno lieti la verde edera ed il mirto bruno, e getteranno nell’Ebro, amico dell’inverno, le foglie secche. |
| II,14 – A Postumo
Eheu fugaces, Postume, Postume, labuntur anni nec pietas moram rugis et instanti senectae adferet indomitae que morti,
non, si trecenis quotquot eunt dies, amice, places inlacrimabilem Plutona tauris, qui ter amplum Geryonen Tityonque tristi Compisci unda, scilicet omnibus Quicumque terrae munere vescimur Enaviganda, sive reges Sive inopes erimus coloni.
Frustra cruento Marte carebimus Fractisque rauci fluctibus Hadriae, frustra per autumnos nocentem corporibus meruemus Austrum.
Visendus ater flumine languido Cocyto errans et Danai genus Infame damnatusque longi Sisyphus Aeolides laboris.
Linquenda tellus et domus et placens Uxor, neque harum quas colis arborum Te praeter invisas cupressos Ulla brevem dominum sequetur.
Absumet heres Caecuba dignior Servata centum clavibus et mero Tinguet pavimentum superbo, pontificum potiore cenis.
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Ahimè, troppo in fretta, Postumo, mio Postumo, si consumano gli anni né le tue preghiere fermeranno le rughe o la vecchiaia che avanza e la invincibile morte,
neppure, amico mio, se tu volessi impietosire con trecento tori ogni giorno l’insensibile Plutone, che avvinghia inesorabile Gerione e Tizio dentro l’onda buia, quella che solcheremo anche noi quanti nutre la terra coi suoi doni, dal più povero al più potente.
Invano eviteremo le guerre sanguinose O le scogliere dove si frange l’Adriatico in tempesta. Invano fuggiremo Dal nocivo vento dell’autunno.
Tutti vedremo il nero Cocito Serpeggiare con la sua torpida corrente E la scellerata stirpe di Danao E Sisifo condannato alla fatica eterna.
Dovrai lasciare la terra e la casa E la donna che ami Né alcuno degli alberi che ora coltivi Ti seguirà Ad eccezione del lugubre cipresso.
Più degno erede berrà il Cecubo Che ora custodisci con cento chiavi E d il superbo vino Che neppur trovi alle cene dei pontefici macchierà il pavimento. |
| II,16 – A Grosfo
Otium divos rogat in patenti Prensus Aegaeo, simul atra nubes Condidit lunam neque certa fulgent Sidera nautis;
otium bello furiosa Thrace, otium Medi npharetra decori, Grosphe, non gemmis neque purpura Venale neque auro.
Non enim gazae neque consularis summovet lictor miseros tumultus Mentis et curas laqueata circum Tecta volantis.
Vivitur parvo bene, cui paternum Splendet in mensa tenui salinum Nec levis somnos timor aut cupido Sordidus aufert.
Quid brevi fortes iaculamur aevo Multa? Quid terras alio calentis Sole mutamus? Patriae quis exul Se quoque fugit?
Scandit aeratas vitiosa navis Cura nec turmas equitum relinquit, ocior cervi set agente nimbos ocior Euro.
Laetus in praesens animus quod ultra est Oderit curare et amara lento Temperet risu: nihil est ab omni Parte beatum.
Abstulit clarum cita mors Achillem, Longa Tithonum minuit senectus, Et mihi forsan, tibi quod negarit, porriget hora.
Te greges centum Sicualaeque circum Mugiunt vaccae, tibi tollit hinnitum Apta quadrigis equa, te bis Afro Murice tinctae Vestiunt lanae: mihi parva rura Et spiritum Graiae tenuem Camenae Parca non mendax dedit et malignum Spernere volgus. |
Pace chiede agli dei Chi viene colto Dalla tempesta nell’Egeo Quando le nere nubi nascondono la luna E non più chiare ai naviganti Risplendono le stelle; pace chiedono i Traci così feroci in guerra, pace chiedono i Medi ornati di belle faretre.
Né con gemme, né con oro, né con porpora, o Grosfo, potrai comprare la pace, né le ricchezze né i littori dei consoli potranno rimuovere gli infelici travagli della mente e le angosce dell’animo che volano anche sotto i tetti dorati.
Vive bene con poco quegli cui splende Sulla mensa la saliera paterna E non toglie il sonno la paura Od insana ambizione.
Perché a tanto ci affanniamo Se breve è la vita? Perché cerchiamo altre terre Scaldate da altro sole? Chi esule dalla patria fugge se stesso?
Più veloce dei cervi, più veloce di Euro che scatena le tempeste la cupa angoscia sale anche sulle ferree navi né lascia l’orde dei cavalieri.
Lieto gode del presente Chi non si cura di pensare inquieto Al domani E stempera con un lieve sorriso le amarezze: felicità perfetta non esiste.
Una morte precoce rapì il famoso Achille Una lunga vecchiaia afflisse Titone E forse a me il destino Concederà quel che a te è negato.
Cento e cento giovenche di Sicilia Muggono intorno a te, Per te alza alto il nitrito La puledra del cocchio, e ti vestono lane tinte di porpora africana. A me la Parca non bugiarda Diede soltanto in sorte un campicello E l’armonia sottile della musa greca E per il volgo miserabile il disprezzo.
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Non passa giorno che non compaia sui giornali la notizia della scoperta epocale di un qualche elisir di lunga vita: potenti anti-ossidanti, terapie ormonali, cellule staminali e simili. Sulla dieta e l’esercizio fisico il martellamento è continuo. Da qualche tempo gli scienziati stanno scomodando anche il microbiota, quei miliarducci di batteri ospiti del nostro intestino, di cui l’umanità, pur avendoci a che fare quotidianamente (o quasi), ha ignorato per millenni l’importanza. Del resto, che dire? Anche i giornalisti tengono famiglia e qualcosa la devono pur scrivere.
Comunque, ultimamente sono di moda i telomeri. Per i pochissimi che non conoscono l’argomento, va precisato che il telomero è la regione terminale di un cromosoma composta di DNA altamente ripetuto che protegge il cromosoma stesso dal deterioramento o dalla fusione con cromosomi confinanti. Esso ha un ruolo determinante nell’evitare la perdita di informazioni durante la duplicazione dei cromosomi. L’invecchiamento comporta un progressivo accorciamento dei telomeri ad ogni ciclo replicativo, ed a ciò segue una progressiva riduzione delle funzioni delle cellule, degli organi e dei sistemi. A lato dell’invecchiamento, altre condizioni, tra cui lo stress ossidativo, un cattivo funzionamento del sistema immunitario, il diabete, l’obesità viscerale, ecc. influiscono negativamente sulla lunghezza dei telomeri. Per fortuna un particolare enzima, detto telomerasi, in certe condizioni permette al telomero di autoripararsi. Questo in pillole e soldoni, ma chi volesse saperne di più può contattare qualche illustre genetista o più semplicemente informarsi sul Web, dove è disponibile cospicuo materiale sull’argomento. L’ultima trovata in questo settore è quella della dottoressa Elizabeth Parrish, che sulla base di positivi esperimenti sui topi, ha praticato su se stessa una non meglio precisata “Telomerase Therapy”. I risultati sono stati clamorosi (https://bioviva-science.com/): “Telomers in her white blood cells had lengthened by more than 600 base pairs which implies they had extended by the equivalent of 20 years. A full-body MRI imaging revealed an increase in muscle mass and reduction in intramuscular fat. Other tests indicate that Parrish now has improved insulin sensitivity and reduced inflammation levels.”
Il ritmo incessante con cui si susseguono gli studi e la loro puntuale divulgazione sui media evidenziano senza alcun dubbio l’importanza che la lunghezza del telomero riveste per l’uomo moderno. Alcune considerazioni dettate dal buonsenso sembrano tuttavia opportune :
Avendo conseguito la laurea in Medicina nel lontano 1962, ed avendo successivamente percorso tutti i gradini della carriera accademica, ho avuto modo di assistere alla evoluzione della figura del Clinico Universitario nell’arco di oltre mezzo secolo, dall’epoca in cui esistevano i Baroni ed i Maestri, all’epoca attuale, in cui non esistono più né gli uni né gli altri. Credo di poter illustrare con obiettività i cambiamenti che sono avvenuti, senza con questo esprimere alcun giudizio di merito. I più vecchi giudichino se le mie parole corrispondono alla verità; i più giovani apprendano qual’era lo stato della medicina accademica in tempi lontani.
Negli anni ’60 del secolo trascorso di baroni in giro ce n’erano molti. Si può dire che lo fossero un pò tutti quelli che dirigevano un Istituto nel contesto di un Policlinico Universitario. Lo consentivano l’assetto organizzativo della sanità pubblica e le leggi vigenti. Si cominci col dire che le conoscenze mediche erano alquanto limitate e di conseguenza esistevano pochi reparti, con prevalenza di quelli di tipo generalistico. Prendendo ad esempio la Medicina Interna, in quasi tutti gli Atenei esistevano soltanto due cattedre e due istituti, quelli di Clinica e di Patologia Medica, grandi contenitori cui afferivano le patologie dei più vari organi e sistemi. Esistevano quindi soltanto due clinici e non la miriade degli specialisti e superspecialisti dei tempi d’oggi.
Le amministrazioni ospedaliere non mettevano becco nella gestione degli Istituti universitari, peraltro pressoché autonomi sotto il profilo gestionale (ad es. con proprio laboratorio e propria radiologia). Le rette che gli Enti mutualistici versavano per ogni loro assistito finivano in buona parte nelle tasche del Direttore. Vigeva la regola del 4:2:1. In parole povere, la somma veniva suddivisa in sette quote, quattro delle quali destinate al Direttore. Se (poniamo) gli aiuti erano due, ad essi spettava una quota cadauno; se gli assistenti erano sei, ad ognuno spettava un sesto di una parte. Fate voi i conti e troverete che con l’esempio riportato al direttore andava il 57%, ad un aiuto il 14% e ad un assistente lo 2.33% dell’intera contribuzione. Ai cospicui introiti derivanti dalle degenze andavano a sommarsi quelli delle prestazioni ambulatoriali, che potevano raggiungere cifre ragguardevoli. A titolo di esempio, il Centro Antidiabetico della Clinica Medica di Bologna, dove sono stato Assistente Volontario per ben 8 anni, produceva un incasso annuale di 90 milioni delle vecchie lire, che negli anni ’60 era l’equivalente del costo di quattro o cinque appartamenti. Altra fonte di ricchezza per i baroni era l’attività libero- professionale, cospicua per gli internisti di grido, ma ancor più per i chirurghi, che dal taglio di una pancia potevano ricavare quel che un internista guadagnava in 10 ore di ambulatorio.
Al potere economico si sommava quello accademico: i baroni gestivano le scuole di specializzazione, molto richieste in una fase storica in cui di specialisti ce n’erano ben pochi. Essi inoltre avevano la possibilità di attribuire il prestigioso titolo di Libero Docente a coloro che rimanevano per un certo numero di anni negli Istituti universitari prestando gratuitamente la loro opera. In tal modo i baroni potevano disporre di una formidabile forza lavoro, numerosa, competente e motivata. Altro punto di forza del potere baronale era la possibilità di gestire a loro piacimento i primariati ospedalieri della disciplina, che si rendevano liberi, o venivano istituiti ex-novo nelle città appartenenti alla loro area di influenza. Le amministrazioni locali non avevano voce in capitolo e non di rado erano gli stessi presidenti degli ospedali a recarsi dal barone di turno a che dotasse il loro nosocomio di un bravo primario. Insomma, la figura del barone era caratterizzata da un considerevole potere economico, politico e gestionale, cui si associava una buona dose di alterigia e spesso di arroganza, con l’ulteriore aggravante di una decisa propensione al nepotismo. Bisogna comunque riconoscere ai baroni dell’epoca alcuni aspetti positivi, quali il valore professionale, il rispetto abituale della parola data (a suggello di un reciproco patto con gli allievi), ed il riconoscimento del merito dei più bravi, per lo stesso motivo di cui sopra, ma non escludo anche per vanagloria, e cioè per poter vantarsi di essere a capo di una eccellente scuola medica.
Altro discorso quando si parla di Maestri. Di questi ne giravano molti di meno. Per dir meglio, molti venivano omaggiati con questo termine, ma soltanto pochi lo erano per davvero. Per essere un vero Maestro ci volevano ben altre doti. Lo erano, ad esempio, i clinici capaci di elaborare idee innovative nella loro specifica disciplina, o di prevederne gli orizzonti ed i futuri sviluppi, o dotati di una superiore cultura, assai spesso debordante dal campo scientifico e sconfinante nella letteratura e nell’arte, ed infine quelli dotati di considerevole carisma ed acume clinico o di forbita e suadente oratoria. Per quanto io possa riferire per diretta conoscenza fu un grande Maestro, oltre che un grande barone, Luigi Condorelli, Clinico Medico di Roma. La sua sfera di influenza accademica copriva anche i tre atenei siciliani di Palermo, Messina e Catania, quello di Bari, ed in parte quello partenopeo. Questo immenso potere accademico gli consentì di sistemare una falange di primari ospedalieri, e di mettere in cattedra uno stuolo di allievi, tuttavia quasi tutti di modesta caratura (alcuni men che modesti), alla stregua di un moderno Caligola, che si vantava di aver nominato senatore il suo cavallo: il che torna certamente a suo demerito, e testimonia la sua tracotanza, seppur con la giustificazione che quelli aveva sottomano e non poteva certamente cavar sangue dalle rape. Ma Luigi Condorelli fu anche Maestro. Lo fu per le sue frequentazioni internazionali in un’epoca in cui era raro che qualcuno mettesse il naso fuori casa, per aver applicato con convinzione il metodo sperimentale, eseguendo personalmente studi sugli animali fino ad età avanzata, e per aver portato significativi progressi in vari campi della cardiologia, come ad esempio le sindromi mediastiniche, lo scompenso cardiaco e l’angina pectoris. Un grande Maestro fu anche Domenico Campanacci, Patologo Medico di Bologna, fine semeiologo, che intuì per primo la evoluzione tecnologica della medicina e quindi il nascere delle discipline specialistiche, alle quali avviò tutti i suoi allievi, dimostrando al contempo altruismo e modestia, accettando cioè che i suoi allievi in specifici settori ne sapessero molto di più di lui. Fu un Maestro anche Antonio Lunedei, Patologo Medico di Firenze, acutissimo osservatore, dotato di fervida fantasia, da cui scaturirono idee brillanti ed avveniristiche sulle sindromi diencefaliche e sulla importanza della flogosi in molteplici patologie internistiche. Accanto a questi giganti della medicina, che a vario titolo incrociai durante il periodo della mia formazione, devo dire che in certo qual modo Maestro fu anche il mio capo, il professor Sergio Lenzi, per le sue sopraffine capacità semeiologiche e diagnostiche, per la sacralità d’esecuzione dell’atto clinico, e per la brillante oratoria. Fu anche un precursore, avendo intuito l’importanza dell’iperaldosteronismo e dell’attivazione del sistema adrenergico nella patogenesi dello scompenso cardiaco, senza tuttavia presumere, come oltre venti anni dopo avvenne, che il blocco di questi sistemi endocrini avrebbe avuto un rilevante impatto terapeutico. Se dunque i baroni si distinguevano per l’uso tracotante e spocchioso del potere accademico e professionale, cifre distintive dei Maestri erano l’originalità del pensiero, il carisma, la cultura, cui si associava non di rado uno stile di vita profondamente etico, anche se talvolta con qualche nota di eccentricità.
Le figure dei baroni e dei maestri cominciarono a scolorire ai miei occhi a partire dagli anni ’70. E’ pur vero che entrando nella maturità si diventa più critici e meno facilmente suggestionabili, spesso più supponenti e meno disposti a riconoscere la superiorità degli altri; ma è altrettanto vero che molte cose mutarono così rapidamente da portare alla scomparsa sia dei baroni che dei maestri. Un primo radicale cambiamento avvenne a causa del prepotente ingresso della politica nella gestione della sanità pubblica. Negli anni ’70 il progresso tecnologico, l’espandersi delle conoscenze, il proliferare delle discipline specialistiche e sub specialistiche, con la conseguente crescita esponenziale delle strutture ospedaliere (e sanitarie in generale) resero evidente agli occhi dei politici che in quel settore cominciavano a girare tanti soldi, e si concentrava molto potere. La possibilità di controllare le assunzioni del personale, e quella di gestire appalti milionari, rendevano gli ospedali una importante fonte di consenso, oltre che di arricchimento personale: una mucca da mungere e quindi da sottrarre rapidamente all’influenza degli organi accademici. I professori universitari furono gradualmente estromessi dalle commissioni di concorso per l’assunzione dei nuovi primari ed in genere del personale ospedaliero; i primari ospedalieri di ruolo, che per qualche tempo ebbero un minimo di voce in capitolo, furono poi anch’essi estromessi, ed ormai da tempo sono stati relegati ad un patetico ruolo ancillare: quello di redigere semplicemente il “profilo” dei candidati, sulla cui lista il manager (anch’esso soggetto ad un controllo politico superiore) effettua poi la scelta definitiva.
Il progresso della tecnologia ha relegato in secondo piano le conoscenze teoriche. L’arte della semeiotica e del ragionamento diagnostico è diventata merce fuori mercato e quindi definitivamente obsoleta, soppiantata da attrezzature sofisticate, che consentono di giungere a diagnosi sempre più precise e di effettuare interventi terapeutici impensabili nel passato. Il medico famoso dei tempi moderni non è più il grande clinico, eccellente nella observatio et ratio, bensì il fortunato possessore di uno strumento d’avanguardia, oppure il depositario di una particolare manualità in uno specifico sub-settore della medicina. Gli esempi potrebbero essere infiniti, per cui non vale la pena citarne alcuno. Ad un primario non viene più richiesta cultura, bensì capacità manageriale, ed i migliori appaiono quelli che, per appartenenza politica od affiliazione ad associazioni che contano, riescono a procacciarsi le macchine migliori, il reparto più elegante ed il personale medico, tecnico ed ausiliario più qualificato.
D’altra parte, il progresso delle conoscenze e la graduale trasformazione della medicina da arte a scienza ha portato ad una codificazione dei comportamenti da osservare a fronte di specifiche situazioni cliniche. Ne sono scaturite le cosiddette Linee Guida, che i medici sono tenuti ad osservare, non solo perché esse indicano la strategia migliore da adottare, ma anche per il concreto timore di ritorsioni medico-legali in caso di mancata applicazione. All’autorità del clinico di un tempo (il famoso “ipse dixit”) si è sostituita l’autorità delle Linee Guida stilate dalle Associazioni Scientifiche, spesso non esenti da distorsioni o forzature dettate da BigPharma o dalle leggi del mercato.
La moltiplicazione dei posti di apicalità ha comportato una frammentazione del potere in tanti minuscoli segmenti: per esemplificare, ad una Clinica Medica di un tempo, con duecento letti, tutte le specialità incorporate ed un solo direttore, si contrappongono oggi diecine di unità operative, in cui prevalgono quelle di tipo specialistico o sub specialistico, quasi sempre designate pomposamente con l’epiteto di Centri di alta specializzazione o di eccellenza. La figura del barone è quindi definitivamente scomparsa ed al massimo si può parlare di manager ben inseriti nei gangli della politica, e quindi anch’essi con condizionato potere.
Spostandoci sul versante accademico, le riforme universitarie che si sono succedute nel tempo hanno abbassato notevolmente la caratura della classe docente. Tramontata da tempo l’università di elite, e subentrata l’università di massa, anche il corpo docente si è livellato verso il basso. Come scrisse un arguto giornalista, “visto che nel calcio e nella lirica non ci sono abbastanza Totti e Pavarotti per tutti gli stadi e tutti i teatri, diventa fatale che in alcuni si esibiscano dei brocchi, reclutati da un compiacente impresario di turno”. E nel caso specifico l’impresario di turno può essere riportato ai nuovi sistemi di selezione e reclutamento della classe docente, tanto garantisti da consentire agli atenei l’assegnazione di una qualsivoglia cattedra ad un qualsivoglia personaggio, anche se di modestissimo valore. William Arthur Ward, un noto editorialista americano, ebbe a scrivere: “The mediocre teacher tells. The good teacher explains. The superior teacher demonstrates. The great teacher inspires.” Si potrebbe aggiungere che the modern teacher “legge” (le diapositive naturalmente e per di più sempre quelle). Se poi andiamo a considerare i “maestri di vita” … beh … da quello che si apprende dai giornali forse è meglio non approfondire.
Questo lo stato dell’arte, a prescindere da giudizi di merito che sarebbero assolutamente fuori luogo, perché le condizioni storiche sono radicalmente mutate. In entrambe le situazioni, quelle di un tempo e quelle d’oggi, erano e sono presenti molte inqualificabili storture. Tuttavia (e questa è una mia personale opinione), mentre in passato depositari del potere erano personaggi arroganti quanto si vuole, ma comunque di un certo livello culturale, oggi lo sono politici ed amministratori ingordi, corrotti e soprattutto ignoranti.
Ho detto in precedenza che oggi non esistono più né i baroni né i maestri. Un giudizio drastico, poiché qualche Maestro in giro forse c’è ancora. Ed a tal proposito vorrei concludere questo scritto con un personale omaggio a quel grande che fu il Professor Francesco Mario Antonini, un vero pioniere nel campo della Gerontologia e Geriatria. Negli anni ’50 si trattava di una disciplina al suo esordio culturale, ed Antonini capì tutto fin dall’inizio. Capì che essa doveva riguardare l’intensività delle cure, ma ancor di più la cronicità e la perdita dell’autosufficienza, e che l’assistenza si doveva articolare in una rete di servizi differenziati, diretti a soddisfare le molteplici esigenze dell’anziano malato. Non ostacolato da illuminati amministratori (forse anche distratti o poco sgamati) riuscì ad istituire nel policlinico di Careggi una Unità Coronarica tra le prime in Italia, affidò ad un valido allievo (Alberto Baroni) un innovativo servizio di riabilitazione e riattivazione geriatrica (I Fraticini), istruì un altro allievo (Antonio Bavazzano) alla creazione nell’area pratese di un efficace sistema integrato di assistenza, basato su cure domiciliari, intermedie ed ospedaliere. Tutto questo in tempi in cui di Geriatria si cominciava appena a parlare. Accanto a ciò Antonini comprese che progressi conoscitivi con ricadute pratiche si potevano conseguire attraverso i grandi studi epidemiologici di tipo longitudinale, ed avviò a questa disciplina il migliore dei suoi allievi, Luigi Ferrucci, che sarebbe diventato leader mondiale nel settore, fino ad assumere la direzione del Baltimore Longitudinal Aging Study e poi del National Institute of Aging. Ma l’intuizione maggiore la ebbe vaticinando che ogni tentativo di una efficace assistenza geriatrica sul territorio nazionale si sarebbe fatalmente infranto contro le incapacità della politica e l’ingordigia degli affaristi, che avrebbero visto il problema della vecchiaia come una ennesima occasione di guadagno. Inventò così la Geragogia, cioè l’educazione al buon invecchiamento, insegnando che ognuno (se vuole) può costruirsi una buona vecchiaia. A questi meriti di tipo scientifico e sociale, Francesco Mario Antonini associava una accattivante oratoria ed una profonda cultura umanistica, di cui diede testimonianza con la sua opera “L’età dei capolavori”, documentando quanto innovative potessero essere le capacità espressive dei grandi artisti nella fase declinante della loro vita. Gulliver nel paese dei lillipuziani, si tenne sempre lontano dalle beghe del mondo accademico, snobbandone i poco edificanti inciuci. Per tutto questo io credo che Francesco Mario Antonini sia uno dei pochi moderni, tra quelli da me conosciuti, per cui la definizione di Maestro appare appropriata.
IL NOSTRO ARCHIVIO
Se volete rileggere gli articoli già pubblicati su Agingblog, oppure se volete cancellarvi dalla mailing list, mandate una email ad uno dei seguenti indirizzi: gb.abate@libero.it oppure g.abate@dmsi.unich.it (Non utilizzare info-noreply@aging.it)…….
….ma se questo blog scapigliato, che spazia disinvoltamente dalle riflessioni filosofiche alle cene eleganti di Arcore , passando per fatti e misfatti del vasto mondo dell’università e della medicina, vi piace almeno un po’, fatelo conoscere ai vostri amici.
Archivio 2010-2011
Tanto per cominciare : Che fare dopo il pensionamento: come continuare il dialogo con i vecchi amici e mantenere aperta una finestra sul mondo —- Come è cambiata la medicina: Riflessioni sui mutamenti epocali della medicina negli ultimi cinquanta anni: specializzazioni e superspecializzazioni, progresso tecnologico, l’illusione di onnipotenza, Big Pharma con i suoi meriti e demeriti, la evoluzione di una disciplina dall’etica all’economia, la medicina difensivistica…..ed altro ancora—- Lettera sulla Geriatria : Da Greppi ed Antonini fino ai pallidi epigoni dei giorni d’oggi, sulla base di una lunga ed appassionata esperienza personale, questo articolo ripercorre la storia della Geriatria italiana dagli entusiasmanti esordi alla fatale decadenza. Tra il collasso dei valori, l’imperante ageismo e la indifferenza totale delle istituzioni, si prefigura lo spettro prossimo venturo della vecchiaia abbandonata —- La buffa storia del preservativo: Tra il serio ed il faceto, in parte su base documentale, ma anche usando la fantasia, si descrivono le varie fogge di questo umile ma prezioso oggetto, a partire dai graffiti rupestri fino ai nostri giorni, passando per gli egiziani, i greci, i romani, i monaci medievali, Giacomo Casanova, il “divin marchese”, l’industria della gomma, eccetera eccetera. Una digressione burlesca che l’autore del blog si è permesso, poiché chi è stato un goliardo lo rimane per sempre —- Gottinga in Abruzzo Citeriore (ricordo di un amico): Dove si parla di un uomo libero e del fallimento di un impossibile sogno —- Variazioni su una descrizione di Montaigne : Una novella di Francesco Iengo: le surreali modalità di ingresso nella città di Gottinga —- Un ispettore generale a Gottinga: Altra novella di Francesco Iengo, in cui si parla della Facoltà di Lettere di Gottinga e di improbabili e colorite sedute del Consiglio di Facoltà —- Riflessioni sull’insegnamento della medicina: Sulla crescente discrepanza tra una facoltà ingessata, sempre più degradata e pletorica e la formazione di medici professionalmente idonei ad affrontare le molteplici sfide di una disciplina in vertiginoso progresso —- Le ultime del ministro che piace tanto a Tinto Brass: Su alcuni exploit del governo da operetta: misfatti ed amenità di MaryStar, la sexy ministra dall’aria intellettuale, abilitata all’avvocatura in quel di Reggio Calabria, Foro di manica larga —- La vecchiaia viagrizzata: La rivoluzione chimica ha protratto a tempo indeterminato – o quasi – l’attività sessuale dei vecchi. Alcuni se ne avvalgono con misura e discrezione, altri, ammalati di onnipotenza, si rendono ridicoli agli occhi del mondo. E noi italiani, purtroppo, ne sappiamo qualcosa…
Archivio 2012-2013
Il valore della vecchiaia nel pensiero degli antichi: Da Tito Maccio Plauto a Quinto Orazio Flacco, passando per Marco Tullio Cicerone, questo breve saggio ripercorre le idee che avevano sui vecchi e sulla vecchiaia questi grandi del pensiero antico: un ottimo esempio per comprendere che l’animo degli uomini, dopo duemila anni, non è mutato— I fattori di rischio cardiovascolare nei tempi della crisi: La scoperta dei fattori di rischio ha inaugurato la prevenzione in medicina: un affare multimilionario su cui BigPharma ha lucrato senza scrupoli. Adesso, in tempo di crisi, sarebbe il caso di pensare di più a cambiare lo stile di vita –Scientific cheating e ricerca clinica nella Facoltà di Medicina: Decadenza della ricerca clinica nelle università italiane. Trucchi e stratagemmi accademici nel contesto del degrado morale della società civile –– Academic nepotism:Prendendo le mosse da una coraggiosa denuncia di un medico ateniese sul nepotismo e le frodi accademiche della Grecia avviata al fallimento, si discute su quanto accade sotto il sole del Bel Paese —– Ancora sui vecchi e sulla Geriatria : La vita si allunga, la vecchiaia diventa un business ed un problema economico. E’ tempo di muoversi verso un’etica nuova –— Etica e Geriatria: chiudiamo il dibattito —- Diventar medici: la dura legge del fai da te: la perdita del valore professionalizzante delle Facoltà di Medicina e la conseguente necessità del “fai da te” per imparare davvero —- Il matrimonio nell’antica Roma:un saggio di L. Poma sulle norme che regolavano l’istituzione del matrimonio presso i Romani, che potrebbero tornar buone anche nell’epoca moderna —-Internet e medicina:come la rete e l’uso dei calcolatori sta sconvolgendo la pratica medica – Adesso la diagnosi la farà il computer?: il programma Watson consente di porre con certezza molte diagnosi. Si va verso la scoparsa del medico clinico? —- La tesi di laurea: una istituzione anacronistica? : quasi tutte le tesi sono scopiazzate. Val la pena mantenere in vita questaistituzione? —- Riduzione degli iscritti e qualità dell’insegnamento universitario: i laureati sono a spasso. Conviene ancora iscriversi all’università?—– Il lato oscuro di BigPharma: i taroccamenti dei trials, il disease mongering ed altri comportamenti poco etici delle multinazionali del farmaco —- La follia di voler campare centanni: i giornali danno risalto alle scoperte che consentono di allungare la vita, ma dimenticano di dire che oltre i 90 soltanto pochi, tra malattie e demenza, se la passano bene— Una riflessione sui concorsi di ammissione a medicina: la maggior parte degli idonei sono al nord, ma chi ci andrà nelle università del profondo Sud?—- Neruda, Bufalino e Rodari:entriamo nel 2014 con i versi dei poeti
Archivio 2014
Fino a che punto i trials sono attendibili? : una riflessione di Paolo Vercellini sui mille trucchi dell’industria del farmaco per mascherare i dati indesiderati delle sperimentazioni cliniche — La vecchiaia nel pensiero filosofico di Lucio Anneo Seneca: sulla necessità di tornare alla saggezza degli antichi per superarle angosce dei tempi moderni —- Il mitico REX : l’epopea del grande Transatlantico, vincitore del Blue Ribbon sulla rotta Genova-New York —- La vera storia del preservativo : evoluzione, significato ed aneddoti sull’umile sacchetto da sempre al servizio dell’umanità —— Come battere i farmaci generici ed alzare i prezzi: tutti i trucchi di Big Pharma —– Gli emarginati del sesso : una provocazione di Guido Ceronetti e riflessioni sul diritto alla sessualità ——- Berlusconi e gli anziani : sull’ageism dell’ex-cavaliere —— Pensieri e consigli per la terza età : un nuovo libro di Vittorio Nicita Mauro —- Raccolta di aforismi sulla vecchiaia —— La medicina predittiva: solo progresso? : i grandi vantaggi di individuare i fattori di rischio ( e se possibile di correggerli), ma attenzione a non farsi prendere la mano e passare la vita tra un check-up e l’altro —- Quando amore non mi riconoscerai (recensione) : una appassionante testimonianza sulla malattia di Alzheimer —–Su un articolo di Vera Schiavazzi : la vera età della vecchiaia —– La donna più vecchia del mondo – Opinioni sulla longevità : prendendo spunto da una notizia di cronaca si sottolineano i molti rischi della longevità estrema —- When you are old : una poesia di William Butler Yeats —- Fino a quando i vecchi devono/possono/vogliono esser curati : dibattito sulla opportunità delle terapie (specie eroiche) nei vecchi e sul diritto all’autodeterminazione
Archivio 2015
Decrescita felice : tre articoli su un tema che riguarda il futuro del genere umano —– Le scuole di specializzazione in medicina — La vecchiaia al femminile di Eide Spedicato (recensione) —– Dieta e longevità : falsi miti e suggerimenti pratici —- Duilio Poggiolini : la triste fine del Re Mida della sanità —— Riflessioni semiserie sul Viagra Rosa : la pillola che farebbe tornare il desiderio alle frigide —-Gesualdo Bufalino: Poesia di Capodanno
Archivio 2016
San Francesco: Laudato si’ mio Signore —- Alzheimer: maneggiare con cura —- Alzheimer: ulteriori annotazioni —- Scientific cheating : Guardiamoci nelle palle degli occhi — Giorgio Cosmacini: Il malato racconta ma il medico deve ascoltare —- Umberto Eco: Riflessioni sul dolore —- Sugli ambigui rapporti tra Big Pharma ed Università —— Diete…. non vi sembra che si esageri? —– Paolo Vercellini: Dollars for Docs —- Gigi: Un terremoto in Giappone