Dollars for Docs

Abbiamo parlato diverse volte dell’influenza che l’industria può avere sui medici mediante pagamenti di vario tipo. Il problema non è esclusivamente etico, bensì ha importanti implicazioni pratiche. Tramite il denaro, l’industria può distorcere le abitudini prescrittive a favore dei propri prodotti, generalmente più costosi e non sempre più sicuri, efficaci e tollerati. Inoltre, l’industria ha tutto l’interesse ad ampliare il numero di persone cui possono essere prescritti i loro farmaci, allargando così il mercato. Se i medici non si oppongono a queste lusinghe, a pagare sono i pazienti e il sistema sanitario nazionale fondato sulle tasse dei cittadini. Ogni elargizione proveniente dalle divisioni Sales & Marketing delle case farmaceutiche è pagata, indirettamente e tramite un ampio ritorno in termini di aumento di prescrizioni, dai cittadini. Ogni penna, taccuino, pranzo o cena, iscrizione a congresso, viaggio e alloggio, è pagato dalla collettività, non è una faccenda ristretta tra noi e l’industria. Mentre fino a poco tempo fa tutto ciò era solo ipotizzabile, ma non definitivamente dimostrabile, oggi, come potrete leggere, ci sono i numeri a parlare, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti. Ma non sembrano esserci ragioni per pensare che la classe medica Europea sia sostanzialmente più virtuosa di quella Nord Americana. Com’è stato possibile raccogliere prove così schiaccianti?

 

Come parte dell’Affordable Care Act del 2010, i Centers for Medicare and Medicaid Services (CMS) nel Febbraio 2013 hanno emanato il regolamento definitivo riguardante il Physicians Payment Sunshine Act. Nel tentativo di migliorare il livello di trasparenza delle relazioni finanziarie tra l’industria e il personale sanitario, in base al Sunshine Act i produttori di farmaci e medicali sono obbligati a dichiarare ai CMS qualsiasi pagamento o compenso che superi $10 per “evento” o $100 in un anno. I CMS a loro volta includono questi trasferimenti di denaro in un database pubblicamente consultabile in cui sono indicati in dettaglio il nome della compagnia, del medico che ha ricevuto il pagamento, l’ammontare della somma, la natura e lo scopo del pagamento stesso. Esistono database separati per ospedali e per medici. I pagamenti ai medici sono ulteriormente separati in tre diverse categorie: fondi diretti per la ricerca clinica, possesso di azioni e investimenti finanziari, e “pagamenti generali” Questi ultimi includono compensi per consulenze, viaggi e alloggi, compensi per relazioni a eventi medici, cibo, e onorari di vario tipo. (Shalowitz et al. 2016) Nel corso del 2014 sono stati resi pubblici i dati dei primi cinque mesi di implementazione dell’Open Payment program (Agosto – Dicembre 2013) e successivamente sono state pubblicate le prime analisi che dimostrano inconfutabilmente una robusta associazione tra “pagamenti generali” (quindi nulla a che vedere con il supporto alla ricerca) e comportamenti medici, incluse le pratiche prescrittive.

 

L’associazione tra pagamenti generali e regali che l’industria farmaceutica offre ai medici e la frequenza di prescrizione di farmaci “di marca” (brand-name) è oggetto di uno studio condotto dal Center for Healthcare Value dell’Università di California – San Francisco, i cui risultati sono stati pubblicati online il 20 giugno su JAMA Internal Medicine. (DeJong et al., 2016) I ricercatori hanno incrociato e analizzato le informazioni derivanti da due grandi database statunitensi, il programma federale Open Payments del Physician Payments Sunshine Act e il Medicare Part D. Medicare è il nome dato a un programma di assicurazione medica amministrato dal governo degli Stati Uniti, riguardante le persone dai 65 anni in su o che incontrano altri criteri particolari. Il provvedimento è finanziato a livello federale grazie ai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. (Wikipedia) I principali benefici della legge sono l’assicurazione ospedaliera e l’assicurazione medica gratuite. Nella parte D del database Medicare sono registrate tutte le prescrizioni di “brand-name drugs”, cioè i farmaci non generici.

 

Negli USA, negli ultimi 5 mesi del 2013, l’industria ha pagato 3.4 miliardi di dollari a più di 470.000 medici e 1.000 ospedali d’insegnamento. Sorprendentemente, circa l’80% di questa somma si riferisce a pranzi e cene offerti ai medici. La domanda che gli autori si sono posti è se esista un’associazione tra “l’offerta di pasti” da parte di un’industria e la prescrizione di farmaci “brand-name” prodotti da quella stessa industria invece che di analoghi farmaci generici. Lo studio cross-sectional ha riguardato 279.669 medici che hanno fruito di un singolo pasto di valore medio inferiore a $20. Le prescrizioni riguardavano 4 classi farmacologiche, statine, beta-bloccanti cardioselettivi, ACE-inibitori e bloccanti del recettore dell’angiotensina (ARBs), inibitori selettivi del re-uptake della serotonina (SSRIs) e delle nor-adrenalina (SNRIs). Sono stati quindi identificati i medici cui sono stati offerti pasti da parte delle industrie che producono il farmaco brand-name più prescritto in ciascuna classe (rosuvastatina, nebivololo, olmesartan e desvenlafaxina). I medici che avevano fruito di un singolo pasto sono risultati prescrivere più frequentemente la rosuvastatina (CRESTOR) rispetto ad altre statine (OR, 1.18; 95% CI, 1.17-1.18), nebivololo (LOBIVON) rispetto ad altri beta-bloccanti (OR, 1.70; 95% CI, 1.69-1.72), olmesartan (OLMETEC) rispetto ad altri ACE-inibitori e ARBs (OR, 1.52; 95% CI, 1.51-1.53) e desvenlafaxina (PRISTIQ; ELLEFORE) rispetto ad altri SSRIs e SNRIs (OR, 2.18; 95% CI, 2.13-2.23). Inoltre, la fruizione di altri pasti oltre al primo e di pasti dal costo superiore ai $20 era direttamente associata con un progressivo aumento delle relative frequenze prescrittive.

 

In conclusione, gli autori hanno dimostrato un’associazione significativa tra un singolo invito a pranzo o cena per un valore inferiore a $20, in cui una compagnia promuoveva uno dei quattro farmaci selezionati, e un aumento di prescrizioni proprio di quei farmaci “brand-name” rispetto alle alternative terapeutiche. Inoltre, la relazione era dose-dipendente, poiché ulteriori inviti oppure l’offerta di pranzi/cene di valore economico superiore ai $20 si associavano a un maggior aumento delle prescrizioni dei farmaci promossi. Indipendentemente dagli aspetti etici individuali, i farmaci selezionati sono nella top list delle maggiori voci di spesa farmaceutica federale. Ad esempio, negli USA la rosuvastatina è il terzo farmaco più costoso nella Medicare Part D, dopo l’esomeprazolo (Nexium) e il fluticasone propionato/salmeterolo (Advair Diskus), avendo originato una spesa di $2.2 miliardi nel 2013.

 

I dati osservati, per ammissione degli stessi autori, non dimostrano una relazione causa-effetto, ma confermano quanto già precedentemente e ripetutamente segnalato. Infatti, nel Marzo di quest’anno anche i giornalisti investigativi dell’organizzazione indipendente ProPublica hanno dimostrato che i medici che accettano regali o ricevono pagamenti dall’industria medica tendono a prescrivere più farmaci “brand-name” rispetto ai medici che non accettano tali donazioni. (Ornstein et al., 2016) Incrociando i database dei pagamenti da parte delle industrie farmaceutiche ai medici di cinque specialità (medici di medicina generale, medicina interna, cardiologia, psichiatria e oculistica) con il database  di Medicare Part D, come fatto da DeJong e collaboratori, gli autori hanno osservato che i medici di medicina generale che avevano accettato pagamenti dall’industria avevano una probabilità doppia di essere categorizzati come “grandi prescrittori di farmaci brand-name” rispetto a coloro che non avevano ricevuto denaro. Il RR relativo per gli oculisti era addirittura triplicato. Sono stati definiti “grande prescrittori” i medici la cui percentuale di prescrizioni di farmaci “brand-name” era almeno una deviazione standard sopra la media della rispettiva specialità. L’analisi di ProPublica ha dimostrato che i medici che hanno ricevuto più di $5.000 dalle compagnie durante il 2014, avevano le più alte percentuali di prescrizione di farmaci “brand-name”. Anche i pagamenti considerati nell’analisi di ProPublica includono le relazioni a eventi medici, consulenze, viaggi di lavoro, pranzi/cene e regali di vario tipo, ma non i pagamenti a scopo di ricerca. (McCarthy 2016)

 

Secondo uno studio di Perlis e Perlis pubblicato nel numero di maggio 2016 su PLOS ONE, (http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0155474) dei 725.169 medici inseriti nel database di Medicare, 341644 avevano ricevuto pagamenti nel periodo Agosto – Dicembre 2013 in base ai dati dell’Open Payment program (47.1%). Mediamente, coloro che hanno accettato denaro hanno ricevuto $1.750. Tra le 12 specialità esaminate, è stata osservata una relazione dose-risposta: pagamenti maggiori erano associati a maggiori costi prescrittivi per paziente e a una più alta proporzione di prescrizione di farmaci più costosi e brand-name. Sfortunatamente la ginecologia non è stata inclusa, ma per dare un’idea della forza dell’associazione basti considerare che i neurologi che si posizionavano nel quintile più alto per pagamenti ricevuti, avevano prescritto per una somma di circa $3.000 superiore (per singolo paziente assistito) rispetto alla media della specialità.

 

Sempre a Maggio 2016, JAMA Internal Medicine ha pubblicato i risultati di un altro studio, condotto in Massachusetts, in cui è stata valutata l’associazione tra i pagamenti dell’industria ai medici e la prescrizione di statine brand-name versus statine generiche. (Yeh et al. 2016) Guess what? Anche in questo caso i pagamenti sono risultati associati a una proporzione maggiore di prescrizione di statine “di marca” rispetto ai prodotti generici e anche qui è stata osservata una relazione dose-risposta. Un particolare inquietante (e su cui torneremo in futuro) è che i pagamenti per partecipare a eventi educativi e formativi erano associati a un aumento del 4.8% nella frequenza di prescrizione di farmaci di marca.

 

Per quanto riguarda la nostra specialità, per ora sono noti solo i dati relativi al settore oncologico, dove vengono prescritti trattamenti chemioterapici di alto costo, ma non solo. Premessa: il fatto che siano stati pubblicati in letteratura dati riguardanti i ginecologi oncologi non significa che questi nostri colleghi siano più pagati di altri, significa semplicemente che sono stati più trasparenti. Vi è da supporre che la quantità di denaro che scorre tra le fila di chi si occupa di ginecologia benigna e d’infertilità non sia d’entità inferiore.

 

Secondo alcuni ricercatori dell’Università della California a San Diego e La Jolla (Tierney et al, 2015), nel periodo Agosto-Dicembre 2013, 837 industrie hanno pagato $429.581.150 (di cui 80% in contanti) a 350.038 medici di 208 specialità. I pagamenti di 109 industrie a 454 ginecologi oncologi sono stati in totale $621.301, di cui il 65% in contanti. La cifra massima pagata a un singolo ginecologo oncologo è stata di $73.076. Il denaro pagato ai ginecologi oncologi è stato complessivamente lo 0.14% dell’intera somma trasferita dall’industria ai medici in generale. L’oncologia ginecologica è al 60° posto tra le 208 specialità considerate in termini di denaro trasferito. Il 32% dei pagamenti è stato per iscrizioni a eventi educativi, il 19% per viaggi e soggiorni, e il 17% per consulenze.  Intuitive Surgical Inc. (produttrice del robot DaVinci) ha effettuato più della metà (53%) dei pagamenti ai ginecologi oncologi, per un totale di $327.460, tutti associati con il DaVinci Surgical System. Il 28% (162/454) dei ginecologi oncologi ha ricevuto pagamenti da parte di Intuitive Surgical Inc. In generale, nell’ambito dell’oncologia ginecologica, i pagamenti effettuati da Intuitive Surgical Inc. hanno coperto il 99% delle spese complessive di tipo “educativo” il 40% delle spese per consulenze e il 35% di quelle per viaggi e alloggi. Gli autori concludono che, relativamente ad altre specialità, il pagamento totale e medio ai ginecologi oncologi sono alti e prevalentemente caratterizzati da trasferimenti di denaro da parte di Intuitive Surgical Inc. Secondo Tierney e collaboratori, i ginecologi oncologi usano frequentemente il robot DaVinci, e “i dati suggeriscono che la strategia di Intuitive Surgical Inc. è di erigere barriere a nuovi ingressi sul mercato e ridurre la minaccia di alternative per la chirurgia robotica”.

 

Nel 2014 (primi dati completi per un intero anno “civile”), 1444 compagnie hanno pagato più di due miliardi di dollari a 607.000 medici Statunitensi esclusivamente per spese “generali”, cioè consulenze viaggi e alloggi, presentazioni a eventi educativi, pranzi, cene e onorari. Anche da questa somma sono quindi esclusi i pagamenti per la ricerca clinica e il possesso di azioni o investimenti nelle industrie in questione. (Shalowitz et al., 2016). Sempre nello stesso anno, 153 industrie hanno pagato circa due milioni di dollari ($1.957.004) mediante 6748 pagamenti a ginecologi oncologi. Tuttavia, le 10 compagnie che hanno trasferito più denaro (Intuitive Surgical, Inc.; Genentech, Inc.; Amgen, Inc.; AstraZeneca Pharmaceuticals LP; Plasma Surgical, Inc.; Ethicon, Inc; Olympus Corporation of the Americas; Roche Diagnostic Corporation; Merck Sharp & Dohme Corporation; Millennium Pharmaceuticals, Inc.) coprono l’82% del totale dei pagamenti. In particolare, Intuitive Surgical Inc. e Genentech hanno pagato $1.137.647, il 58% del totale dei 153 produttori considerati. La sola Intuitive Surgical Inc. ha sborsato circa $850.000. I pagamenti sono stati effettuati prevalentemente per partecipazione a eventi educativi (29%) consulenze (24%) viaggi e soggiorni (18%), relazioni in eventi non educativi (15%), cibo e beveraggi (10%) e onorari (3%). Complessivamente, il 77% (765/1007) dei ginecologi oncologi “board-certified” degli Stati Uniti, ha ricevuto denaro dall’industria. In particolare, 48 ginecologi oncologi hanno ricevuto più di $10.000 in un anno (mediana, $17.158), per un totale di $1.202.228, il 61% del totale dei pagamenti. Gli autori dello studio, pubblicato sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology, concludono amaramente che “la trasparenza per se non è una soluzione sufficiente e non può essere usata per bypassare la nostra responsabilità professionale di auto-regolarci”. Figuriamoci quando non c’è neppure la trasparenza!

 

Sulle pagine di JAMA Internal Medicine, Robert Steinbrook (2016) si chiede “è davvero necessario dimostrare una relazione causale tra i pagamenti dell’industria ai medici e la prescrizione di farmaci di marca? Ad esclusione dei supporti alla ricerca, allo sviluppo di prodotti, e alle consulenze relate a specifici programmi di ricerca e sviluppo, è già evidente che ci sono ben poche ragioni che giustifichino relazioni finanziarie trai medici e l’industria. Regali e pranzi potranno anche essere legali, ma perché i medici dovrebbero aspettarseli o accettarli? Esistono già evidenti contraddizioni tra il profitto delle compagnie che si occupano di salute, l’indipendenza dei medici, l’integrità del nostro lavoro e la sostenibilità dell’assistenza medica. Se i produttori di farmaci e dispositivi medicali smettessero di trasferire denaro ai medici per relazioni sponsorizzate, cibo e altre attività senza chiare giustificazioni mediche, e investissero di più nella ricerca indipendente sulla sicurezza, l’efficacia e l’accessibilità, i nostri pazienti e il sistema sanitario ne risulterebbero avvantaggiati”.

 

Si potrebbe aggiungere che l’obiettivo primario dell’industria è la vendita con il relativo guadagno, mentre l’obiettivo primario dei medici è la salute dei pazienti (e la gestione sostenibile del sistema sanitario nazionale). E tutti noi medici sappiamo quali sono gli obiettivi dell’industria. Quindi chi è il principale responsabile di questa ormai definitivamente dimostrata collusione? L’industria o alcuni medici compiacenti?

 

Ricordo il numero del 7 Febbraio 2009 del BMJ, con due ballerini sulla copertina e la scritta “It takes two to tango”. La donna personificava l’industria, l’uomo i medici. In quel numero furono pubblicati cinque “Analysis” papers sul problema delle relazioni tra l’industria e il mondo medico e accademico. Nel suo editoriale di accompagnamento, Fiona Godlee scrisse, testualmente:

 

In the Royal College of Physicians’ report on relations between industry, academia, and the NHS (doi:10.1136/bmj.b442) Iain Chalmers is quoted as saying, “I do not blame industry for trying to get away with anything that is normally considered to be its primary purpose, which is to make profits and look after its shareholders’ interests. It is our profession that has colluded in all of this and been prepared to go along with it—we are the people to blame because we need not have stood for it.”

 

Adesso, pensiamoci due volte prima di accettare elargizioni da parte delle industrie farmaceutiche, anche se si trattasse solo di una cena. Non possiamo più illuderci di essere immuni dalla loro influenza, perché i dati raccontano una storia diversa, una storia che i nostri pazienti non meritano e non vogliono sentirsi raccontare. E neppure noi. Alla prossima puntata ma, nel frattempo, sapevate che anche George Clooney è dalla nostra parte? Guardate un po’ qui:

 

http://highline.huffingtonpost.com/miracleindustry/americas-most-admired-lawbreaker/

 

 

Paolo Vercellini

https://sites.google.com/site/mangiagallijournalclub/

…..non vi sembra che si esageri?

Mi imbatto stamattina per la millesima volta in un articolo di giornale (un giornale serio) sugli ennesimi consigli  per una dieta sana che fa star bene ed allunga la vita. E per l’ennesima volta si ripete la solita litania sul grasso che fa bene e su quello che fa male, su quello della pancia e su quello delle cosce,  con opportune ricercate varianti riguardanti il grasso bruno e il grasso biondo, che fa male ma fino a un certo punto, poiché dopo i 70 meglio grassi (un po’) piuttosto che magri, sul colesterolo cattivo e su quello buono e quanto dev’essere per stare tranquilli, perché 199 va bene ma 201 no, sul sale che fa male, ma un po’ ce ne vuole se no si rischia, sulla lunga litania della frutta e della verdura che fanno tutte bene, bianche, rosse, verdi, viola, perché contengono ferro, rame, selenio, cobalto, manganese, zirconio, vitamina A B C D E…,  sugli anti-ossidanti e sui radicali liberi, su quello che bisogna mangiare prima, durante e dopo le vacanze, e  cosa bisogna mangiare per prestazioni super oppure per non perdere la memoria, e sulla carne (non molta, bianca, ma un po’ di quella rossa ci vuole), sul vino (rosso preferibilmente, ma anche bianco perché no?), e sullo stare digiuni due giorni alla settimana, oppure un giorno si mangia questo ed un altro quest’altro …

Ma basta, perdindirindina !!!

Ma gli italiani sono tanto scemi da credere a tutte queste minchiate? Ma ancora non l’hanno capito che i fattori che influenzano lo star bene e lo star male ed il   campare come Matusalemme sono pressoché infiniti e che non sarà certo nè una carota nè una mela a salvarci la pelle?   Evidentemente molte persone sceme lo sono se i giornalisti continuano a pubblicare articoli di questo genere. Cosa è opportuno mangiare e cosa no ormai lo sanno anche i sassi (a parte gli scienziati  il buon senso lo dice),  anche se poi è difficile evitare  antibiotici, ormoni, conservanti, fertilizzanti e pesticidi ormai ubiquitari in tutti i cibi. Cari nutrizionisti, diamoci una calmata, per favore.  Basta con tutte ‘ste chiacchiere per grulli…. direbbe Matteo…

Sugli ambigui rapporti tra BigPharma ed Università

L’esistenza di stretti rapporti tra BigPharma ed il sistema della ricerca biomedica (accademica in particolare) è un fenomeno logico e fisiologico. Nei laboratori delle multinazionali del farmaco ricercatori specializzati sintetizzano nuove molecole per la cura delle più svariate malattie, sottoponendole poi al vaglio di tollerabilità ed efficacia sugli animali da esperimento. I principi attivi che si dimostrano potenzialmente utilizzabili nell’uomo (una piccola percentuale rispetto a quelli inizialmente testati) vengono dapprima studiati su volontari sani, e poi su piccoli gruppi di malati. In caso di apprezzabili risultati si passa a sperimentazioni su larga scala, e se anche in questo caso i riscontri sono positivi si giunge alla richiesta della immissione in commercio. Come si può ben comprendere l’iter è lungo e notevolmente dispendioso sotto il profilo economico.

Il rapporto dell’industria con il mondo accademico può instaurarsi in varie fasi di questo processo. Possono essere coinvolti, ad esempio, gli epidemiologi o i ricercatori di base, per la individuazione di fattori di rischio e/o di particolari meccanismi patogenetici capaci di suggerire nuove strategie terapeutiche, oppure i farmacologi per gli studi di efficacia e tollerabilità sull’animale, ed infine i clinici per la valutazione nell’uomo, mediante l’esecuzione di studi ad hoc e/o di mega-trials, il cui protocollo e la gestione dei dati rimangono comunque di esclusiva proprietà dell’industria produttrice della molecola in studio.

Se la prudenza suggerisce d’esser severi nelle fasi iniziali della procedura (pena clamorosi insuccessi, per scarsa efficacia e soprattutto per gravi effetti indesiderati, con conseguenti perdite economiche) è interesse dell’industria esser meno rigorosa quando il farmaco è sostanzialmente esente da eventi avversi di rilievo e dimostra una qual certa efficacia: una efficacia che ovviamente non è assoluta ma può spaziare da modesti vantaggi  fino alla completa guarigione di una malattia.

E’ a questo punto che si viene ad instaurare con i ricercatori clinici un ambiguo rapporto di complicità. E’ oltremodo evidente che, dopo aver investito ingenti risorse, l’unico interesse di BigPharma è quello di vendere la maggior quantità possibile del prodotto, per rientrare dai costi di produzione, ed ovviamente per trarne successivamente un utile. Tutte le strategie appaiono lecite. Tra queste: a) evidenziare oltre le evidenze scientifiche (o creando fasulle evidenze) l’importanza di specifici fattori di rischio per determinate malattie (ad esempio abbassare sempre più i livelli di colesterolo e pressione arteriosa per la prevenzione delle malattie di cuore); b) supportare teorie patogenetiche che possono essere funzionali all’uso di un certo farmaco; c) enfatizzare come patologiche situazioni fisiologiche (la pubertà, la menopausa, l’invecchiamento, la calvizie, ecc.); d) creare ad arte situazioni di allarme nella popolazione; e) effettuare il selective reporting, pubblicizzando  gli aspetti positivi di un trattamento, sottacendo le alte percentuali di insuccesso e gli effetti collaterali; f) attivare roboanti campagne pubblicitarie   attraverso i congressi medici ed i mezzi di informazione;  g) stabilire rapporti di comparaggio con i medici prescrittori. Nessuna strada viene trascurata pur di realizzare profitto.

Il mondo accademico clinico ne viene notevolmente contaminato. Il caso limite è quello dei clinici totalmente asserviti all’industria del farmaco, e quindi disposti a produrre risultati scientifici taroccati in favore dell’industria, ed a funzionare da autorevoli propagandisti (opinion leaders) delle varie medicine immesse in commercio. Tutto questo in cambio di una serie considerevole di vantaggi, quali: a) un ritorno monetario diretto, e/o regalie di vario genere; b) la partecipazione gratuita a congressi (non di rado balneari od in città d’arte o all’estero); c) l’acquisizione di attrezzature scientifiche e/o di borse di studio per i collaboratori; d) l’accesso agevolato alle riviste specialistiche, governate da Editors anch’essi adeguatamente coinvolti. A ciò si aggiungano le positive ricadute in termini di prestigio professionale e di riconoscimento sociale, oltre ad una più agevole progressione di carriera, in virtù della facilitata produzione di pubblicazioni scientifiche, seppur monotematiche e non di rado di dubbia qualità.

Ovviamente, la dipendenza degli accademici dall’industria varia molto da caso a caso. Quando essa è totale ed ai massimi livelli, bisogna esser provvisti di un qual certo talento, come ad esempio fervida fantasia, perfetta conoscenza delle tecniche di produzione dei lavori scientifici, competenze in specifici campi quali epidemiologia, statistica, pianificazione di trials ed anche, per molti, metodologie della ricerca di base attinenti a specifiche patologie ed ai farmaci su loro interferenti. Doti queste che si acquisiscono con il tempo, l’esperienza e l’esercizio, ma che comportano contestualmente una mutazione antropologica verso una ben diversa professionalità rispetto a quella di un clinico universitario, i cui compiti istituzionali sono la formazione dei giovani medici e la cura dei malati. In tal modo un professionista, stipendiato dallo stato, trascura tali doveri (nella migliore delle ipotesi per mancanza di tempo e di interesse, ma talvolta anche perché incapace di assolverli), e si pone totalmente al servizio del privato. Per esemplificare, è come se un manager pagato dalla Renault si mettesse a lavorare esclusivamente per la Mercedes, e ne fosse da questa ulteriormente remunerato. Considerando che tra i vantaggi vi è anche quello, come si è detto, di una più ricca produzione scientifica (e quindi del più agevole raggiungimento dei vertici della carriera accademica) si viene a determinare un doppio danno, e cioè l’arruolamento nell’università di clinici che in realtà non lo sono, e che posseggono conoscenze (peraltro teoriche, seppur approfondite) in un settore assai limitato della materia generale che dovrebbero insegnare come docenti e praticare come medici.

A parte questi casi limite (non del tutto rari), la dipendenza degli accademici dall’industria può assumere varie gradazioni e dipendere da altri fattori. Uno di essi va individuato nel tipo di specializzazione del clinico, che per sua natura da un lato può comportare un rapporto più o meno stretto col mondo dell’industria, dall’altro può garantire più facili guadagni professionali. E’ infatti evidente, ad esempio, che un chirurgo che di farmaci ne utilizza relativamente pochi, e che trae soddisfazioni economiche dalla sua attività, possa essere meno sensibile alle lusinghe di BigPharma. Altra importante variabile è la concezione individuale dell’etica. Molti sono sopraffatti da quella che i latini definivano “la sacra fame dell’oro”. Ci sono stati premi Nobel che non si sono fatti scrupolo di affermare le miracolose proprietà di alcuni preparati senza portare lo straccio di una prova scientifica (Nobel lo erano diventati prima e chiaramente per ben altri meriti). Tutti sanno di colleghi che hanno trascorso la loro vita accademica occupandosi di una sola malattia e sperimentando sui  pazienti tutti i relativi farmaci messi in commercio nell’arco di mezzo secolo. Un mio personale ricordo è quello di un affermato clinico, che in un giorno solo partecipò a ben tre convegni sulle cefalee, sponsorizzando tre farmaci diversi in concorrenza tra loro.

Per concludere, esiste una gamma molto variegata di rapporti tra clinici e BigPharma, che spaziano da una collusione pressoché totale a blande forme collaborative, che rientrano perfettamente nel lecito, ed in questo caso va fatto tanto di cappello a coloro che riescono a lavorare con l’industria senza snaturare il loro profilo di docenti e di medici.

 

Detto tutto il male possibile su questo ambiguo rapporto, è onesto adesso ammettere che talvolta è assai difficile sottrarsi all’abbraccio mortale della mantide. Per molti accettare le offerte di BigPharma diventa quasi una necessità. Rifiutare equivarrebbe non partecipare ai congressi, non poter organizzare in proprio meeting o convegni, non poter gratificare in alcun modo gli allievi, non poter acquistare attrezzature scientifiche od altri materiali di consumo, aver precluse vie di accesso facilitate all’editoria specialistica, in altri termini uscire dal giro della comunità scientifica ed autocondannarsi alla morte accademica. I finanziamenti statali, peraltro molto esigui, e gravati da una asfissiante burocrazia, non consentirebbero pressoché nulla di quanto sopra. A ciò si aggiunga che se non ci fosse BigPharma non esisterebbero le società scientifiche delle varie discipline, e risulterebbe problematica la veicolazione, attraverso i periodici convegni, della cosiddetta “ricerca indipendente”. Infatti, è pur vero che i congressi delle società scientifiche altro non sono che grandi vetrine espositive dell’industria del farmaco, ma è altrettanto vero che, tra le maglie della propaganda, possono filtrare dati di conoscenza e di ricerca che con essa (almeno nell’immediato) nulla hanno a che vedere.

Volendo concludere, poiché la perfezione non è di questo mondo, come diceva Montanelli  “bisogna turarsi il naso e …… votare DC”. Ma ciò non toglie che dovrebbero essere attivati validi correttivi a molte lampanti anomalie, anche per ridare un minimo di decoro ad una dequalificata categoria, che alcuni decenni fa veniva ancora considerata la intellighentia del paese.

 

COMUNICATI

Il  Prof. Alberto Ghilardi, Docente di Psicologia Medica all’Università di Brescia, a proposito della Medicina Narrativa e della comunicazione medico-paziente, suggerisce alcuni testi che si occupano di questo importante tema, e che volentieri segnalo ai lettori di Agingblog.

Bonadonna G., Bartoccioni S., Sartori F. (2006). Dall’altra parte. BUR.

Speranza L. (2013) Medici in cerca d’autore, Il Mulino, Bologna.

Venturino M. (2005), Cosa sognano i pesci rossi, Mondadori, Milano.

 

Approfitto per comunicare che è stata ultimata sul sito Trapani Nostra

http://www.trapaninostra.it/libri/Giuseppe_Abate/Trapani/Trapani.htm

la pubblicazione del mio libro su Trapani, aggiornata e completata in corso d’opera con nuove notizie ed immagini. Dato che ho tempo, penso di continuare le mie ricerche di storia e cronaca patria, procurandomi così un po’ di lavoro per qualche anno ancora.

UMBERTO ECO – RIFLESSIONI SUL DOLORE

Il dolore fa parte della vita e, come tale, deve essere riconosciuto ed interiorizzato per liberarcene. Conoscere il dolore è il messaggio finale di Umberto Eco in questo libro, frutto di una Lectio Magistralis tenuta a Bologna presso il MAST nel 2014, in occasione della Cerimonia di consegna dei diplomi dei Master organizzati dall’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa in collaborazione con l’Università di Bologna. Il volume ci offre un’originale dimensione della storia della concezione del dolore, attraverso diverse chiavi di lettura, mitologica, storica, poetica, filosofica, religiosa, artistica e persino cinematografica. Il dolore fa parte del mondo ed è nell’uomo: dalla Teogonia di Esiodo, in cui Eris genera Algea, al Nirvana che persegue nel Buddismo il superamento delle sofferenze, alla euthymia di Democrito, al saggio aristotelico che cerca l’assenza del dolore, tutte le filosofie e le religioni cercano di affrontare il tema dell’esistenza umana, contrassegnata anche dal patimento e dal dolore, sia esso “passione dell’anima” o “passione del corpo”. Dolore da accettare e sopportare, come strumento di redenzione salvifica dei cristiani [“A chi vuol bene, Dio manda pene(Giovanni Verga, I Malavoglia, cap. IV] o come esperienza necessaria in un percorso individuale spirituale mistico, ovvero da ostentare nel “dolorismo” o, addirittura, da procurarsi nell’autoflagellazione; ma anche dolore da eliminare, perché, riprendendo Cesare Pavese, “soffrire non serve a niente”. L’intuizione implicita di Eco, “laico” non sanitario, ma umanista di profonda cultura e sensibilità, evoca in tutta l’opera il concetto di dolore totale, ovvero quello coinvolgente la sfera fisica, psichica, sociale e spirituale dell’uomo. Nelle pagine finali l’Autore enuncia un principio assai moderno che è quello della consapevolezza della malattia: “sapendo cosa stiamo subendo, sappiamo resistere meglio“, il che, nella nostra pratica clinica, significa coinvolgimento e partecipazione del Paziente e della sua Famiglia alla gestione della malattia e delle cure .

 

Roberto Nardi

Editor in Chief, Italian Journal of Internal Medicine

 

Collana Incontri, ASMEPA Ed, Bologna, maggio 2015

48 pagine, 5 Euro

 

 

News sul Viagra Rosa

Cominciano ad arrivare i primi risultati sul fronte del Viagra Rosa, commercializzato da circa un anno. Le più entusiaste si attendevano notti di passione, inebrianti godimenti, estasi del piacere, insomma sfracelli. Delusione. Nulla di tutto questo. E’ stato pubblicato su Jama International Medicine il primo studio condotto sul campo su circa 6000 donne, reclutate in otto centri di ricerca. Risultati alquanto deludenti. Solo mezzo rapporto sessuale soddisfacente al mese, o se volete uno intero ogni due mesi. Ora è vero che la saggezza popolare suggerisce che ad una certa età bisogna accontentarsi anche dei quarti, ma solo “ad una certa età”. La mia, per esempio.

In compenso, il flibanserin (nato come un blando anti-depressivo) agevola lo stare a letto. Infatti induce sonnolenza, vertigini, stanchezza e nausea.

Nasce un MOVIMENTO per ridare dignità alla docenza universitaria

E’ sotto gli occhi di tutti il degrado della istituzione universitaria, sottomessa ad una pesante burocrazia che distoglie in pratiche inutili gran parte del tempo che potrebbe essere altrimenti e più fruttuosamente utilizzato. A ciò si aggiunga, nello specifico della Facoltà di Medicina, la sudditanza ai vari Direttori Generali dei Policlinici, assai spesso di modestissima levatura culturale, al servizio dei politici, e non di rado collusi in operazioni poco trasparenti. Vengono in tal modo disperse energie intellettuali che potrebbero essere spese in modo assai più vantaggioso ai fini di una buona sanità. Va tuttavia rimarcato che anche gli stessi docenti universitari sono in parte responsabili di questo stato di cose, visto il loro individualismo e la loro supina acquiescenza alla burocrazia ed alla politica. Con l’intento di risvegliare dal torpore una categoria che manca soprattutto di spirito collegiale e coesione interna nasce un Movimento, promosso dal professor Carlo Ferraro di Torino (carloferraro@polito.it), volto a ridare “dignità all’università”. Chi vuole saperne di più può chiedere ulteriori dettagli al promotore, ed informarsi sulle prime iniziative collegandosi al link qui di seguito riportato

https://sites.google.com/site/controbloccoscatti/home/azione-sulla-vqr-slittamento