La ricerca sui telomeri (un calembour)

 

Non passa giorno che non  compaia sui giornali la notizia della scoperta epocale di un qualche elisir di lunga vita: potenti anti-ossidanti, terapie ormonali, cellule staminali e simili.  Sulla dieta e l’esercizio fisico il martellamento è continuo. Da qualche tempo gli scienziati stanno scomodando anche il microbiota, quei miliarducci di batteri ospiti del nostro intestino, di cui l’umanità, pur avendoci a che fare quotidianamente (o quasi), ha ignorato per millenni l’importanza.  Del resto, che  dire? Anche i giornalisti tengono famiglia e qualcosa la devono pur scrivere.

 

Comunque, ultimamente sono di moda i telomeri.  Per i pochissimi che non conoscono l’argomento, va precisato che il telomero è la regione terminale di un cromosoma composta di DNA altamente ripetuto che protegge il cromosoma stesso dal deterioramento o dalla fusione con cromosomi confinanti.  Esso ha un ruolo determinante nell’evitare la perdita di informazioni durante la duplicazione dei cromosomi.  L’invecchiamento comporta un progressivo accorciamento dei telomeri ad ogni ciclo replicativo, ed a ciò segue una progressiva riduzione delle funzioni delle cellule, degli organi e dei sistemi. A lato dell’invecchiamento, altre condizioni, tra cui lo stress ossidativo, un cattivo funzionamento del sistema immunitario, il diabete, l’obesità viscerale, ecc. influiscono negativamente sulla lunghezza dei telomeri. Per fortuna un particolare enzima, detto telomerasi, in certe condizioni permette al telomero di autoripararsi.  Questo in pillole e soldoni, ma  chi volesse saperne di più può contattare qualche illustre genetista o più semplicemente informarsi sul Web, dove è disponibile cospicuo materiale sull’argomento.  L’ultima trovata in questo settore è quella della dottoressa Elizabeth Parrish, che sulla base di positivi esperimenti sui topi,   ha praticato su se stessa una non meglio precisata “Telomerase Therapy”. I risultati sono stati clamorosi (https://bioviva-science.com/): “Telomers in her white blood cells had lengthened by more than 600 base pairs which implies they had extended by the equivalent of 20 years. A full-body MRI imaging revealed an increase in muscle mass and reduction in intramuscular fat. Other tests indicate that Parrish now has improved insulin sensitivity and reduced inflammation levels.”

 

Il ritmo incessante con cui si susseguono gli studi e la loro puntuale divulgazione sui media evidenziano senza alcun dubbio l’importanza che la lunghezza del telomero riveste per l’uomo moderno. Alcune considerazioni dettate dal buonsenso   sembrano  tuttavia opportune :

 

  • Premesso che è decisamente preferibile avere il telomero lungo piuttosto che corto, è opportuno aggiungere che lo stesso deve possedere adeguate caratteristiche funzionali (solidità, durata e tempi di recupero), che alla fine sono quelle che  contano.
  • A lato dei vari fattori che possono incidere sulla lunghezza e funzione dei telomeri (in precedenza elencati) altri meritano menzione:  tra questi, in particolare, i fattori razziali, visto che la vulgata popolare attribuisce la palma del primato agli uomini di razza nera, relegando quelli di razza gialla a fanalino di coda.
  • Ovviamente, nell’ambito di una stessa razza, è presente ampia variabilità individuale, legata al patrimonio genetico. Da questo punto di vista la Natura è stata democratica, visto che ci sono dei morti di fame che hanno dei telomeroni da far paura e dei riccastri con dei telomerini piccini piccini da arrossire per la vergogna.
  • Non escludo che questi ultimi, che per i loro telomeri darebbero un occhio della testa, come l’esempio del Berlusca chiaramente dimostra, siano i primi a sostenere con generosità le ricerche di ingegneria genetica di cui sopra si riferisce.
  • Comunque, a lato delle terapie più innovative, esistono vecchi rimedi. Infatti, con buona pace della “Telomerase Therapy”, come la fisiologia insegna, “la funzione fa l’organo” e quindi è lecito presumere che un telomero sottoposto ad un regolare allenamento (né troppo né troppo poco, per non scivolare nell’under e nell’over-training) possa mantenersi valido più a lungo. Sembra questa la strada maestra da percorrere, seppure, arrivati ad un certo punto, appare saggio lasciare in pace il buon telomero senza sfruculiarlo ulteriormente quando accusa evidenti segnali di defaillance.
  • Ora io non vorrei passare per un bieco oscurantista che nega il progresso e si accanisce contro “le magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria, ma per il momento ci penserei più d’una volta ad affidarmi alle cure miracolose di Bio-Viva, accontentandomi del mio stato, in attesa di nuove scoperte, di cui eventualmente si avvantaggeranno le generazioni future.
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3 commenti su “La ricerca sui telomeri (un calembour)

  1. ROBERTO NARDI ha detto:

    Se poi il telomero sperimentalmente viene gestito a mano potrebbe seguire (dato che l’esercizio sviluppa l’organo) un’acromegalia destra o sinistra (a seconda delle caratteristiche eredo-costituzionali e genetiche dell’individuo) delle estremità degli arti superiori. Ogni esperimento ha i suoi risvolti imprevisti. L’importante è far crescere qualcosa. Bella la goliardia, stavo per dimenticarla, grazie del richiamo bibliografico, un abbraccio
    Roberto Nardi

  2. Sono d’accordo con Agingblog che per il momento è prematuro affidarsi alle costose cure di Bio-viva, i cui risultati nell’uomo non sono riportatati in nessuna rivista scientifica, ma molto si affidano all’attività promozionale di Elizabeth Parrish già attrice cinematografica. Però mi sembra opportuno precisare che è stato documentato scientificamente che tabagismo e stress eccessivo sono in grado di favorire l’accorciamento dei telomeri mentre la dieta mediterranea ne ostacola l’accorciamento.

  3. Roberto ha detto:

    una goliardata, forse, ma con precedenti illustri; su tutti, il saggio di Georges Perec sulla Cantatrix sopranica, in forma di lavoro scientifico con esilaranti riferimenti bibliografici (http://www.h2mw.eu/redactionmedicale/2011/11/Perec_FR_tomato%5B1%5D.pdf). Grazie beppe!

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